Wonder

Wonder uscirà nelle sale il 21 dicembre e si ripromette già di essere il comedy-drama campione di incassi di questa stagione natalizia. Uscito negli U.S.A. lo scorso 17 novembre, il film ha avuto un’ottima accoglienza di pubblico, merito anche del fatto che è tratto dall’omonimo romanzo di R. J. Palacio, divenuto in breve tempo un best seller amatissimo.

 

Wonder, traducibile come “Prodigio”, sceglie di trattare il delicato tema della diversità, vissuta sulla pelle di un bambino di 11 anni e quindi raccontata principalmente dal suo punto di vista.

August “Auggie” Pullman (Jacob Tremblay) è un ragazzino affetto dalla sindrome di Treacher Collins malattia che ne ha deformato i lineamenti facciali. Dopo aver passato la prima infanzia tra casa e ospedale, e aver ricevuto un’istruzione privata da parte della madre (Julia Roberts), viene finalmente iscritto in prima media. L’introduzione nella scuola pubblica non è semplice, a causa dei pregiudizi e delle paure degli altri coetanei, ma Auggie riuscirà comunque ad ambientarsi e a trovare degli amici, grazie soprattutto al caloroso sostegno della sua famiglia.

La storia evita di scadere nel patetico, omettendo volontariamente di scendere nei particolari della malattia o delle 27 operazioni chirurgiche che il bambino è stato costretto a subire non tanto per assumere un aspetto “dignitoso”, quanto per poter respirare, vedere e sentire con le proprie forze. Il regista Stephen Chbosky, reduce da Noi Siamo Infinito, conduce con mano sapiente questa dramma leggero e indirizzato anche ai più giovani. Evitando facili patetismi, Chbosky si concentra sulla positività della famiglia Pullman, e strappa più di un sorriso nelle battute che servono a stemperare il clima altrimenti troppo serio.

Wonder: due clip dal film con Jacob Tremblay

Tuttavia il film non disdegna l’effetto melassa in scene dalla lacrima facile (quella del cagnolino o della nonna), coraggiosamente però rifiutandosi di attribuire tale effetto al protagonista e alla sua patologa.

“Non gira tutto intorno a te”, ripete più di una volta la sorella ad Auggie nel tentativo di placare le crisi di pianto o l’autocommiserazione del bambino che, se vuole essere trattato come una persona “normale”, deve accettare suo malgrado la crudeltà della gente comune.

È proprio questo l’elemento azzeccato di Wonder, questa auto-derisone di un “freaks” consapevole di essere tale solo in virtù del suo aspetto esteriore e dell’impietoso giudizio di coetanei e adulti limitati e insensibili. Il tema del bullismo, perno centrale della trama, è tratteggiato con estrema cura, lasciando però il posto alla positiva speranza che l’essere umano (e soprattutto i bambini) possa redimere sé stesso e divenire migliore.

Il voyeurismo nei confronti dei “diversi” è stato un tema spinoso ma molto amato nel cinema di genere, a partire dallo spietato Freaks del 1932, fino ad arrivare al capolavoro di Lynch The Elephant Man. Con Wonder però siamo più dalle parti di Dietro la Maschera, indimenticabile film del 1985 con Cher, dove si evidenziava la bellezza interiore di chi, esteriormente, può non corrispondere ai criteri estetici della società.

Jacob Treblay, che per rivestire i panni del piccolo Auggie ha dovuto sottoporsi a 3 ore di make up giornaliero, dà ottima prova attoriale, come già aveva fatto in Room, per il quale aveva ottenuto la candidatura agli Oscar. Ed è molto probabile che con Wonder arrivi una seconda nomination.