Home » Rubriche » Horror e dintorni » Le colline hanno gli occhi

Le colline hanno gli occhi

Share Button

Le Colline Hanno gli Occhi

Regia: Wes Craven

Anno: 1977

Nel 1977 un semi-esordiente regista statunitense di nome Wes Craven firma il suo secondo lungometraggio dopo lo scandaloso L’ultima casa a sinistra del 1972: si tratta del cult Le colline hanno gli occhi (The hills have eyes). La trama del film è sommariamente semplice e lineare, e si colloca nel solco della tradizione horror: una tranquilla famiglia media americana sfacciatamente WASP intraprende un viaggio in camper attraverso il deserto della California per raggiungere la meta delle loro vacanze. Ma bastano un banale guasto al motore e una tappa forzata in mezzo al nulla per scatenare l’inferno e la tragedia: diventano il bersaglio di una famiglia di cannibali geneticamente modificati dagli esperimenti nucleari condotti nella zona dal governo degli Stati Uniti e tenuti segreti per anni. Lo scopo della famiglia è quello di sopravvivere alla brutalità dei loro disgustosi carnefici.

La pellicola, nel momento della sua uscita, cavalcò le polemiche che avevano seguito l’opera prima di Craven. Entrambe le pellicole possono essere inserite di diritto in quel sottogenere horror che è considerato lo splatter. Nato nell’ambito dell’exploitation, il gore (o splatter, è indifferente N.d.A.) si afferma soprattutto negli anni ottanta, nonostante la sua nascita possa essere collocata già negli anni sessanta con le opere di G.Romero o Herschell Gordon Lewis (La notte dei morti viventi; Blood Feast); in un’epoca in cui l’importanza per l’aspetto fisico e la bellezza si spingevano fino all’eccesso dell’edonismo, lo splatter rappresenta la debolezza del corpo umano mostrando senza troppe esitazioni o pudori squartamenti, sventramenti e vari ed eventuali spargimenti di sangue. Oltretutto, Le colline hanno gli occhi rientra a pieno merito nel filone del New Horror, a sua volta sottoinsieme di quel generale movimento di fermento rivoluzionario e creativo noto come New Hollywood che ha portato ad affacciarsi, sulla scena degli anni settanta, registi di culto del calibro di Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese e tanti altri grandi nomi della cinematografia a stelle e strisce. L’alto tasso di emoglobina presente nel film e i suoi eccessi sanguinolenti e truculenti servono come pretesto per scuotere le coscienze sociali degli americani atrofizzati nel loro perbenismo: ricordiamoci che, negli anni settanta, l’America era ancora coinvolta nel sanguinoso conflitto del Vietnam che ha portato milioni di morti e una generazione completamente spezzata.

Nella pellicola, il nemico è “altro”, fuori da noi: un po’ come accadeva nei B-movies Sci-Fi degli anni ‘50 il nemico veniva direttamente dallo spazio profondo e remoto. Oppure come nei film western, dove il nemico è sempre l’indiano occupante. Nel film di Craven è come se l’anima puramente Wasp dell’America profonda avesse fatto chapeau di fronte a millenni di sopraffazione nei confronti di tutto ciò che era catalogato come “diverso”. Qui gli aguzzini cannibali sono sì mutanti, ma un tempo erano esseri umani: come per il maestro Alfred Hitchcock, l’orrore anche qui è nel quotidiano, viene non dagli spazi intergalattici remoti ma dal sottosuolo dello sperduto deserto californiano. Nella sua trama lineare, ma intervallata da efficaci colpi di scena che creano tensione nello spettatore, la pellicola segue quasi pedissequamente la trama di una fiaba riletta però con lo sguardo di un survival horror: i personaggi protagonisti, i “buoni”, intraprendono un viaggio durante il quale si trovano costretti ad affrontare pericoli mostruosi e prove terrificanti, incarnati dai “cattivi”, fino al finale con il tanto agognato “lieto fine”; e c’è addirittura una sorta di “aiutante” (il vecchio Fred) che cerca di metterli in guardia sui pericoli che incombono nel deserto. Lo scontro tra razionale e irrazionale si risolve in un confronto all’ultimo sangue, dove la vittoria della famiglia Carter è sancita dal loro uso della violenza contro la violenza sanguinaria e cieca dei loro aguzzini. Parlando di cannibali non si può non pensare a tutto quel filone del gore italiano che, sempre nei “favolosi” anni settanta, ha regalato al cinema cult underground pellicole come quelle di Mario Bava, Dario Argento, Lucio Fulci, Umberto Lenzi, Joe D’Amato e Ruggero Deodato con il celebre Cannibal Holocaust, film del 1979 che ha influenzato molte generazioni di cinefili indipendenti.

De le colline hanno gli occhi Wes Craven stesso girò un seguito nel 1985, ribadendo quella sua propensione al tema del doppio: come nel titolo, gli occhi sono due, come i sequel realizzati e come le famiglie protagoniste, quella vittima da una parte e la carnefice dall’altra. Due sono, poi, altri due paia d’occhi: quelli di Pluto (uno dei membri dell’allegra famigliola cannibale) che si sovrappongono ai nostri tramite un’abile inquadratura in soggettiva che fa riflettere sul significato stesso del cinema, identificandoci come voyeur letali e silenziosi. Oltre al sequel, annoveriamo un remake dallo stesso titolo girato nel 2006 e curato, in fase di produzione, dallo stesso Craven ma girato dal francese Alexandre Aja (nuovo re del torture porn) e un trascurabile sequel del remake datato 2007.

Insomma, vedere Le colline hanno gli occhi nella sua prima e inimitabile versione del 1977  crea l’illusione di assistere a un incontro tra le atmosfere “seventies” dell’action, car crash  Duel e le perversioni gore del miglior Mario Bava in stato di grazia.

Short URL: http://www.cinefilos.it/?p=11803