Mulan

Il live action di Mulan ha incassato 33,5 milioni di dollari soltanto nel primo weekend d’uscita su Disney+. Il film di Niki Caro sarebbe dovuto arrivare nelle sale lo scorso Marzo, ma a causa della pandemia di Covid-19 è stato prima posticipato a Luglio e poi ad Agosto. Alla fine, la Casa di Topolino ha optato per un’uscita esclusiva – e a pagamento – direttamente sulla piattaforma di streaming.

 
 

Come riportato da MediaPost, l’acquisto del live action attraverso il servizio ha fruttato alla Disney ben 33,5 milioni di dollari soltanto nel primo weekend d’uscita. Samba TV, una società che si occupa di monitorare gli acquisti degli utenti, ha stimato che il film è stato visto da circa 1,12 milioni di spettatori negli Stati Uniti. Inoltre, la richiesta di Mulan ha aumentato notevolmente anche i download generali della piattaforma, che sono saliti a oltre il 68%.

Al momento non sappiamo se questi standard saranno mantenuti e se l’operazione Mulan potrà, alla fine, considerarsi un vero successo per la multinazionale o soltanto un passo falso. Nonostante il film sia stato accolto generalmente bene dalla critica internazionale, ci sono state numerose polemiche che ne hanno affossato l’immagine nelle ultime settimane, con diversi movimenti che hanno inneggiato al boicottaggio della pellicola.

Le polemiche nate attorno a Mulan

Come sappiamo, infatti, Mulan arriverà al cinema nei paesi in cui Disney+ non è disponibile. Tra questi figura anche la Cina, dove il film è atteso nelle sale a partire dall’11 Settembre. Come si legge sul New York Times e su Indiewire, le proteste nei confronti del film hanno iniziate a farsi piedi dopo l’arresto (e il successivo rilascio su cauzione) dell’attivista hongkonghese Agnes Chow, che in molti hanno sempre indicato come “la vera Mulan” per via delle sue lotte contro l’estensione dell’egemonia del Partito Comunista Cinese nell’ex protettorato britannico.

Ancora, il film è stato ampiamente criticato perché la Disney ha inserito nei titoli di coda del film alcuni ringraziamenti alle autorità cinesi, in particolare alle autorità della provincia dello Xinjiang, regione che ha ospitato gran parte della produzione del film. Come si legge sul Guardian, la polemica è nata dal fatto che quella zona ospita alcuni “campi di detenzione” dove le autorità del Partito Comunità Cinese si starebbero rendendo complici di un genocidio demografico ai danni dell’etnia turcofona di religione islamica degli Uiguri.