Spike Lee interviene nel dibattito su Michael (leggi qui la nostra recensione), il discusso biopic diretto da Antoine Fuqua dedicato alla vita del Re del Pop Michael Jackson. Il film, che racconta l’ascesa dell’artista dagli anni ’60 fino alla fine degli anni ’80, è finito al centro delle polemiche per l’assenza di riferimenti alle accuse di abusi emerse negli anni ’90. Una scelta che ha diviso critica e pubblico, ma che secondo Lee ha una motivazione precisa.
LEGGI ANCHE: Michael: quanto è accurato il film rispetto alla storia vera?
Intervistato da CNN, il regista ha chiarito che la narrazione del film si interrompe nel 1988, ben prima delle prime accuse legali risalenti al 1993. Per questo motivo, includere quegli eventi sarebbe stato, a suo dire, una forzatura narrativa. Lee è stato diretto: “Ho amato il film. Se sei un critico cinematografico e ti lamenti per quelle cose [che mancano], il film finisce nell’88, prima che le accuse avvenissero. Stai criticando qualcosa che vorresti ci fosse, ma che non ha senso rispetto alla timeline”.
LEGGI ANCHE: Michael: cosa è cambiato davvero con i reshoot nel biopic su Michael Jackson
La questione però è più complessa. Il film, inizialmente, prevedeva sequenze legate alle indagini su Neverland, poi eliminate per vincoli legali legati al caso John Chandler vs Michael Jackson. Questo significa che la scelta non è stata solo artistica, ma anche produttiva. Il risultato è un biopic che privilegia il racconto dell’ascesa e del mito, lasciando fuori la parte più controversa e divisiva della figura di Jackson. Una decisione che solleva una domanda inevitabile: è possibile raccontare una figura così complessa senza confrontarsi con le sue ombre?
LEGGI ANCHE: Michael, il finale originale era molto più oscuro: cosa è stato cambiato all’ultimo momento nel biopic
Il biopic come costruzione selettiva: cosa racconta davvero Michael
Il film con Jaafar Jackson nei panni dello zio si inserisce nella tradizione dei biopic celebrativi, concentrandosi sul talento, sulla pressione dell’industria e sul rapporto con il padre. In questo senso, Michael si allinea a una narrazione già vista, che privilegia il percorso artistico rispetto alla dimensione più controversa della vita privata.
La scelta di fermarsi al 1988 definisce chiaramente il perimetro del racconto: l’epoca dei Jackson 5, il successo globale, l’icona pop. È un taglio che evita il confronto con gli anni più problematici, ma che allo stesso tempo rischia di offrire una visione parziale del personaggio.
Dal punto di vista narrativo, questo approccio trasforma Michael in un racconto sull’origine del mito, più che sulla sua decostruzione. La direzione sembra chiara: costruire un film accessibile e spettacolare, capace di intercettare il pubblico globale, evitando un terreno che avrebbe potuto spaccare definitivamente la ricezione.
Resta aperta la possibilità che altri progetti, magari seriali o documentari, affrontino in modo più diretto la complessità della figura di Jackson. Questo biopic, invece, sceglie consapevolmente di raccontare solo una parte della storia, lasciando allo spettatore il compito di completarla.
LEGGI ANCHE: Michael domina il box office e Lionsgate apre al sequel: Michael 2 è già in sviluppo?
