Ogni volta, con certe icone della musica, il dubbio è lo stesso: cosa dovrebbe raccontare un biopic a loro dedicato? L’ascesa? I segreti dietro la realizzazione dei brani più famosi? Come il privato si riflette nella vita pubblica e viceversa? Le zone d’ombra? Un po’ di tutto questo? Il proliferare negli ultimi anni di un filone di film dedicato a celebri cantanti della storia (da Freddie Mercury a Elton John, da Bob Dylan a Bruce Springsteen) ha offerto molteplici risposte a riguardo, con risultati più convincenti e altri meno compiuti. A metà di questa scala si colloca ora Michael, il film diretto da Antoine Fuqua e dedicato al leggendario Michael Jackson.
Un progetto, questo, annunciato da tempo e che ha subito destato ovvie perplessità e preoccupazioni. Cosa raccontare del Re del Pop? E come? Parliamo di una figura tanto amata quanto controversa, con una serie di eventi legati alla sua vita difficili da ignorare, a prescindere dall’opinione che si sceglie di averne. Dopo l’anteprima mondiale a Berlino, in occasione della Global Fan Celebration organizzata come accompagnamento al film, sappiamo ora che quello che arriverà in sala è un film che sceglie di non considerare i tanti elefanti nella stanza, senza per questo venire meno al senso dello spettacolo, che anzi abbonda.
La trama di Michael
Michael porta dunque sullo schermo la storia, la carriera e l’eredità di Michael Jackson (Jaafar Jackson), ripercorrendo tutta la sua vita, dalle prime esibizioni da bambino nei Jackson 5, passando per la dura disciplina e gli abusi subiti dal padre Joe Jackson (Colman Domingo), fino all’ascesa fulminante che lo ha consacrato come Re del Pop. La narrazione va così dalle rivoluzionarie performance soliste degli anni Settanta ai record raggiunti con Thriller, il tutto attraverso incontri fondamentali con figure chiave come Quincy Jones (Kendrick Sampson) e l’avvocato John Branca (Miles Teller), permettendo di scoprire il dietro le quinte della sua carriera e dei legami che l’hanno definita.
Il Re del Pop nelle mani di Antoine Fuqua
Originariamente, la trama del film avrebbe dovuto essere molto diversa. Stando a quanto riportato da alcune fonti, Michael si sarebbe dovuto aprire con l’arresto di Jackson avvenuto nel 2003 per presunti abusi sessuali su minore. Una scelta narrativa che impostava un tono decisamente più cupo e interessato ad affrontare i momenti più controversi della vita del Re del Pop. Quella versione del film è però stata accantonata, in favore di un biopic più classico, agiografico che affronta l’ascesa e il successo senza appoggiarsi ad una particolare chiave interpretativa. Un’operazione che, per intenzioni, si accosta a Bohemian Rhapsody, con cui condivide la squadra di produttori.
Michael rinuncia così ad essere un esame sotto lente d’ingrandimento della vita di Jackson per configurarsi invece come un film assolutamente celebrativo, pensato per restituire ai fan la grandiosità della musica del Re del Pop e la forza della sua presenza scenica. Jackson prende così vita sul grande schermo, passando dal piccolo Michael interpretato dall’energico Juliano Krue Valdi all’entrata in scena di Jaafar Jackson (vero nipote del cantante) che lo interpreta invece dall’adolescenza all’età adulta. I due si fanno cassa di risonanza per brani come I Want You Back, I’ll be there, Billie Jean, Beat it, Thriller e Bad.
Ognuno di essi trova il suo ampio spazio all’interno del film, con sequenze loro dedicate e dinanzi alle quali risulta difficile non sentirsi conquistati dalla forza di questa musica. Fuqua, regista dotato di una solida personalità e padronanza dei mezzi cinematografici (è il regista di Training Day e The Equalizer), porta in scena nel modo più vigoroso e coinvolgente possibile l’esecuzione di questi brani sul palcoscenico (sulla cui necessità, però, permangono dei dubbi), potendosi affidare con serenità ad un solido comparto tecnico ma anche all’interpretazione dei suoi protagonisti. Costumi, trucco, luci, scenografie, ognuno di questi aspetti dimostra infatti un attento lavoro di ricostruzione che non rinuncia però alla spettacolarità, per la gioia di chi guarda.
Michael Jackson torna in vita grazie ai suoi interpreti
Al centro di questa esplosione di note e virtuosismi, brillano le interpretazioni dei due interpreti di Michael Jackson. Krue Valdi, noto per i suoi video in cui balla come Michael, si dimostra in grado di reggere il peso di una personalità che già negli anni dell’infanzia possedeva grande carisma e consapevolezza del proprio talento. Maggior tempo in scena lo ha però Jaafar Jackson, il quale raggiunge un grado di somiglianza estremo nei movimenti e nella voce, portando in più occasioni a dimenticarsi che quello che stiamo guardando è un interprete e non il vero Jackson.
Non necessariamente questa ricercata somiglianza è una cosa buona, specialmente se non ne viene fuori altro che un’emulazione che non fa emergere l’interiorità del personaggio o non né restituisce una precisa chiave interpretativa. Jackson – e Fuqua con lui – flirta proprio con questo rischio, ma ci sono pochi dubbi che la sua interpretazione sia uno degli aspetti che più catturano l’attenzione durante la visione. Egli riesce infatti a restituire l’energia del Re del Pop, tanto nei momenti più intimi che quando si trova invece protagonista assoluto sul palcoscenico. Probabilmente, al termine del film, non si sarà avuto modo di entrare davvero nella testa e nel cuore di Jackson, ma questo potrebbe non essere di interesse per tutti.
La ricerca di una propria Neverland
Ma allora cosa ci racconta Michael di Michael Jackson? Il film, appunto, si limita a seguire i progressi della sua carriera, passando rapidamente dalla realizzazione del primo album da solista al capolavoro Thriller, su cui Fuqua e lo sceneggiatore John Logan (Il gladiatore, The Aviator, Hugo Cabret) si soffermano maggiormente, ma senza approfondire più di tanto la spinta creativa che lo ha generato. Tutta questa parte dedicata alla carriera di Michael viene infatti affrontata senza particolari chiavi di lettura, sostanzialmente limitandosi a riportarne le tappe. Di maggiore interesse sono allora i conflitti con il padre e quel senso di malinconia che sempre Michael avvertirà per un’infanzia a suo modo negata.
Il confronto con il patriarca Joe Jackson definisce infatti molte delle scelte private e artistiche del nostro protagonista ed è un conflitto che attraversa così l’intero film. Un conflitto che porta dunque Michael a sviluppare quel desiderio di non crescere mai, di poter rimanere un eterno Peter Pan e vivere nella sua Neverland (e i riferimenti all’iconico personaggio letterario sono molteplici). Un bambino nel corpo di un adulto, dunque, che cerca di contrastare la solitudine grazie alla presenza di amici animali come lo scimpanzé Bubbles.
C’è molta malinconia in queste sequenze del film, anch’essa ben restituita da Jaafar Jackson, che permettono di approcciarsi in modo più autentico a Michael. Sono però momenti poco più che accennati, che non trovano un completo sviluppo né diventano la vera base del racconto. La sensazione, come fu per il già citato Bohemian Rhapsody, è dunque quella di un film pensato per un pubblico più ampio possibile, che costruisce un omaggio immacolato del Re del Pop e si configura come una completa celebrazione nei suoi confronti, magari con l’obiettivo di farlo scoprire anche alle nuove generazioni.
Un film indubbiamente ricco da un punto di vista estetico e che farà la gioia dei fan, colmano gli occhi di luce e riempiendo le orecchie dell’immortale musica di Jackson. Ma, dovendo giudicare il film per come è arrivato agli spettatori e non per come era originariamente pensato, resta indubbio che l’eccessiva edulcorazione di molti aspetti della vita di Michael abbiano portato ad un racconto che, sebbene sappia come farsi perdonare, risulta sincero solo in parte.
Michael
Sommario
Michael è biopic celebrativo e
spettacolare, capace di valorizzare la musica e la messa in scena,
con interpretazioni efficaci e coinvolgenti.
Tuttavia, evita i lati controversi della vita di Michael Jackson e
rinuncia a un vero approfondimento psicologico e narrativo del
personaggio.
Ne risulta un omaggio esteticamente ricco ma solo parzialmente
sincero e piuttosto superficiale nella lettura complessiva della
sua figura.
