Tokyo Godfathers

La recensione del film d’animazione Tokyo Godfathers  diretto da Satoshi Kon con le voci di Angelo Nicotra (Gin), Letizia Scifoni (Miyuki), Sergio di Stefano (Hana), Eleonora de Angelis (Sakiko).

 

Tre senzatetto di Tokyo, Gin, un alcolizzato che ha perso famiglia e lavoro, Hana, un transgender, e Miyuki, ragazzina fuggita di casa, trovano la notte di Natale una neonata abbandonata. Gin e Miyuki vorrebbero andare alla polizia, ma Hana insiste per tenere la piccola, e tutti e tre insieme inizieranno a vagare per Tokyo e dintorni, tra Natale e Capodanno, per ritrovare la vera madre della piccola, tra bande di yakuza, immigrati, depressione degli abitanti sotto le feste, facendo anche i conti con il loro passato che li ha portati, sia pure partendo da premesse diverse, a scegliere la strada.

Sinossi:

Tre senzatetto di Tokyo, Gin, un alcolizzato che ha perso famiglia e lavoro, Hana, un transgender, e Miyuki, ragazzina fuggita di casa, trovano la notte di Natale una neonata abbandonata. Gin e Miyuki vorrebbero andare alla polizia, ma Hana insiste per tenere la piccola, e tutti e tre insieme inizieranno a vagare per Tokyo e dintorni, tra Natale e Capodanno, per ritrovare la vera madre della piccola, tra bande di yakuza, immigrati, depressione degli abitanti sotto le feste, facendo anche i conti con il loro passato che li ha portati, sia pure partendo da premesse diverse, a scegliere la strada.

Tokyo Godfathers: recensione del film d’animazione

Satoshi Kon, regista nipponico scomparso di recente a soli 47 anni stroncato da un male incurabile, preferiva nelle sue opere d’animazione mescolare realtà e fantasia, atmosfere oniriche e cambi di prospettiva temporale, con risultati anche molto intriganti.

Qui invece sceglie di raccontare una favola natalizia urbana, non dimenticando uno spaccato anche molto crudo e duro di realtà, riuscendo a creare quello che può essere considerato il suo film più riuscito se non il suo capolavoro, senza sbavature fantasiose ma riuscendo a raccontare appunto una fiaba moderna con toni che possono rievocare sia Frank Capra che Vittorio De Sica.

Si può scomodare il classico western In nome di Dio di John Ford con John Wayne, che presentava una storia analoga, ma Tokyo Godfathers vuole lanciare anche uno sguardo disincantato sul Giappone contemporaneo, consumistico e che vuole nascondere le realtà scomode, argomento questo praticamente mai trattato nei manga e negli anime che preferiscono rifugiarsi in realtà parallele, a volte anche non idilliache (basti pensare alla Tokyo futuribile di Akira di Katsuhiro Otomo e al mondo distrutto dalla guerra atomica di Ken il guerriero di Tetsuo Hara e Buronson), ma che difficilmente si interroga sulla società giapponese di oggi.

Con i tre antieroi di questa vicenda, un’adolescente ribelle scappata di casa, in una società in cui ci si chiude invece in casa se non si accetta il mondo fuori, un transgender in un mondo in cui il transessualismo e il travestitismo è bene accetto solo appunto nei manga, e un alcolista che ha perso tutto, dramma non solo nipponico, si scopre il Giappone di oggi, in cui convivono suggestioni occidentali e orientali, in cui la yakuza ha un potere sempre più grande, in cui ci sono sempre più abitanti immigrati che non vengono considerati pur producendo ricchezza e dando servizi, e in cui soprattutto ci si dimentica degli esclusi locali, i senzatetto, totalmente invisibili nelle inchieste e ormai massicciamente presenti anche nelle vie nipponiche così come a Londra, Parigi, New York o Milano, dove però esistono progetti per loro e anche un minimo di considerazione in più.

Tokyo Godfathers

Le nuove povertà sono quindi un argomento importante in un film che vuole essere una fiaba morale ma non moralista, dove alla fine, tra mille peripezie si può riprovare a ritrovare se stessi e una propria strada, non più per strada, per i tre antieroi di questa epopea urbana, in cerca in definitiva di se stessi e di un nuovo senso da dare alla propria vita.

In Italia Tokyo Godfathers ha avuto una limitata diffusione al cinema, prima di approdare al mercato dell’home video, non riuscendo nemmeno questa volta a superare gli stereotipi che vedono l’animazione giapponese come commerciale, dozzinale, poco interessante per i contenuti e che non merita la diffusione nelle sale dell’ultimo Disney, magari fatto tutto in tridimensionale al computer.

Sia per chi segue manga ed anime e sa che non sono solo commerciali e dozzinali, sia per chi vuole cercare nuove strade di raccontare storie reali a fronte appunto di un appiattimento del cinema d’animazione d’oltre oceano verso lì sì la vendita dell’ultimo Happy Meal e dell’ultimo videogioco della Playstation, Tokyo Godfathers è senz’altro un film da scoprire e riscoprire, che dimostra come l’animazione non è e deve essere solo un genere per storielle per bambini, ma un mezzo per raccontare storie a tutto tondo.