Il grande silenzio
(tit. or. Die grosse stille)
Anno: 2005
Diretto da: Philip Groning
Con: monaci della grand Chartreuse di Grenoble

Sinossi: Il film segue le giornate nella vita dei monaci in un monastero certosino, in un periodo compreso tra inverno e primavera.

 

Analisi: Non è facile parlare di questo film. Non è mai facile parlare di un film. In primis, per una differenza di codici: il film ha un codice basato su una scrittura per immagini in movimento e suoni, riprendendo le parole di Bresson, mentre le recensioni o i saggi hanno un altro codice che è quello della scrittura propriamente detta.

Nel caso specifico si tratta di un film in cui la parola è pressoché totalmente assente, come già il titolo suggerisce. I monaci della grand Chartreuse nel film non parlano, fatte salve le sequenze delle preghiere, o quella posta verso la fine in cui un monaco cieco dice di non essere addolorato della propria cecità perché gioioso nel suo accostarsi a Dio.

Groning ha compiuto un’impresa folle, al limite dell’assurdo: un film di due ore e quaranta, non parlato, sulla vita dei monaci della gran Chartreuse, e realizzato con pochi mezzi, senza luci e con una sola telecamera, dove predominano le inquadrature fisse e a volte si ripetono situazioni simili.

Ma l’assurdità dell’impresa di Groning è pienamente giustificata dal contesto particolare in cui egli si è trovato a girare. Già nel 1984 il regista tedesco aveva chiesto ai monaci della certosa di effettuare delle riprese all’interno della stessa, ma gli fu detto che sarebbe stato possibile solo di lì a 16 anni, poiché non si sentivano, a loro dire, ancora pronti. Il regista fu richiamato 16 anni dopo. Le clausole: il silenzio, che i monaci certosini osservano e di cui Groning partecipa, e la povertà di mezzi.

Parlare del Verbo o delle sue manifestazioni, senza fare ricordo al verbo inteso come voce o racconto, (poiché non c’è qui una trama, ma un insieme di sequenze e situazioni) è comunque impresa coraggiosa, una ragione di più per vedere questo film.

È quasi un film dogma, per la castità e la povertà di mezzi con cui è girato, ma ne esce fuori del cinema verité, quasi. Davanti all’occhio vitreo della telecamera i monaci pregano, insieme o in solitudine, leggono, accolgono novizi, si tagliano i capelli, cucinano, curano piante e animali, riparano scarpe e vestiti, officiano rituali.

I vari atti quotidiani dei monaci sono di tanto intercalati da sequenze di primi piani fissi di alcuni di essi, inquadrature dell’ambiente naturale, o cartelli su fondu nero che riportano citazioni bibliche.

Non c’è alcun vezzo formale volto a impreziosire o rivestire di ulteriore significato ciò che viene ripreso. I soli prodigi tecnici che si vedono non sono neppure tra i più eclatanti: qualche effetto di pellicola invecchiata, fotografia sgranata, obiettivi grandangolari per esasperare la profondità o volere andare più addentro a ciò che viene mostrato.

È un assurdo, si è detto più sopra. E non poteva essere altrimenti. Perché questo film, che nel suo essere costituisce un absurdum, documenta un qualcosa che già è assurdo. Perché decidere di recidere pressoché totalmente (fatto salvo un solo computer di cui si occupa un solo monaco) il legame col mondo esterno, andandosi a isolare tra le alpi francesi, perché condurre un’esistenza basata solo su meditazione, preghiera, silenzio, lavoro, perché rinunciare a quanto sta fuori e approdare a uno stile di vita così scarno? Per fede, sembra dire Goring a mezzo delle didascalie che riportano citazioni bibliche, la più ricorrente delle quali, significativamente, è tratta dal libro del profeta Geremia: “Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre”.

Era già Kierkegaard a parlare della fede come un assurdo, e un legame con l’Assoluto che sia a propria volta assoluto. Absolutum, in latino, ovvero, sciolto da tutto e tutti, radicalmente, come i monaci della certosa.

Per fede, e per rivolta, verrebbe da dire, opponendo alla frenesia del mondo la serenità contemplativa, dedicandosi a ogni atto, anche il più banale e quotidiano con attenzione e cura, come fosse prezioso.

Pur avendo come suo centro di base la fede in un Dio, non si tratta di un film religioso come siamo abituati a vederne. Ciò che è trascendente non appare, la fede è costantemente presente, ma mai se ne parla direttamente. Essa è ciò che scorre come sotterraneo alle immagini del film, piuttosto. Immagini che in sé non documentano alcuna realtà trascendente, ma anzi una quotidiana, pacificata realtà del tutto immanente e fortemente materica: ne sono testimonianza i vari soffermarsi della macchina da presa -con uno sguardo che potrebbe richiamarci alla mente Malick o Tarkovskij- sugli ambienti naturali (distese innevate, piante, corsi d’acqua), o i vari oggetti. Non solo: le attività dei monaci che ci vengono mostrate sono per lo più azioni semplici, di lavoro: segare dei tronchi, spalare la neve. Ma li vediamo anche giocare come bambini quando scivolano su un pendio innevato…

La stessa reiterazione dei più semplici atti quotidiani ha qualcosa del rituale: una ritualità dell’immanente, vissuto dai monaci come fosse manifestazione del trascendente.

È curioso, a primo impatto, che si documenti una realtà immanente in maniera così scabra e rosselliniana, per dire di uomini così votati a ciò che li trascende. Ma forse è proprio il loro modo di rapportarsi a quell’immanenza che Groning si prova a catturare, pur sapendo che non ha a disposizione altro che la propria telecamera, e che egli, non è altro che un uomo, come tutti dotato solo dei sensi per conoscere. E ciò rende comunque questa sua impresa affascinante. Che ci sia riuscito o meno è un altro discorso, e determinare ciò sta, inevitabilmente, al singolo spettatore, sulla base di come accosta questo film, che è sicuramente complesso nella sua essenzialità.