Starman

Starman è il film del 1984 diretto da John Carpenter e con protagonisti nel cast Jeff Bridges, Karen Allen, Charles Martin Smith, Richard Jaeckel

La trama di Starman

La sonda Voyager II, lanciata alla fine degli anni ’70 con messaggi di saluto e varie informazioni  riguardanti la Terra e i suoi abitanti indirizzate a eventuali civiltà aliene, raggiunge effettivamente l’obbiettivo: un visitatore a bordo di una navetta spaziale raggiunge così il nostro pianeta, non trovando però l’accoglienza desiderata, bensì il solito nugolo di gretti militari che si impegnano fin da subito a dargli la caccia. Nel corso della fuga, il nostro s’imbatte in una giovane vedova: per poter facilitare il contatto, l’alieno prende le sembianze del defunto marito; dopo il comprensibile shock, la ragazza accetta di aiutarlo, seguendolo nel suo tentativo di raggiungere un cratere dove l’astronave madre potrà venire a prenderlo; lungo la strada, il nostro mostrerà di avere poteri strabilianti, legati ad alcune biglie di cui è in possesso, che gli permettono tra le altre cose di riportare in vita gli esseri viventi.

La missione naturalmente avrà successo, trai due sboccerà l’amore e l’ultimo regalo del protagonista alla sua compagna di viaggio sarà un figlio, che porterà quindi i cromosomi del defunto consorte e che quindi sarà umano a tutti gli effetti.

Starman

Analisi: E’ il 1984, e dal ciclone E.T. sono passati solo due anni: la Columbia cerca di battere il ferro finché è caldo e promuove la propria versione della storia dell’alieno naufrago sulla Terra in cerca di aiuto per tornare a casa, spostando il tutto dall’infanzia all’età adulta: il risultato è un mezzo, se non totale, disastro.

La scelta di un regista di peso, (per quanto poco avvezzo al clima da buoni sentimenti del progetto) come Carpenter e di due giovani attori già in parte affermati, ma con tanta strada ancora da percorrere – Jeff Bridges e Karen Allen – non bastò a compensare la sensazione di una storia già visto, con la sola variazione dell’età dei protagonisti.

Eppure, i produttori, Michael Douglas e Larry J. Franco, sembravano essere davvero convinti di avere tra le mani un potenziale blockbuster: alla  il film costò più del doppio dell’opera di Spielberg, 24 milioni di dollari, raccogliendone però al botteghino poco più di 28, il che lo collocò a fine anno al 30esimo posto della classifica degli incassi, preceduto non solo da ‘campioni’ come Beverly Hills Cop, Ghostbusters, Indiana Jones e il Tempio Maledetto o Scuola di Polizia, ma anche da film molto meno memorabili, come il quarto capitolo della saga di Venerdì 13 o Ho sposato un fantasma.

Ancora oggi resta l’interrogativo di come si sia potuto puntare su un film così smaccatamente ricalcato sul suo predecessore, ma privo della stessa aura favolistica e, soprattutto, da quell’essere destinato all’infanzia, ma non solo che ne sancì il successo planetario.

Allo stesso tempo c’è da chiedersi cosa (a parte lo stipendio) abbia spinto Carpenter ad addentrarsi in territori così distanti dai suoi abituali percorsi, dalle atmosfere tetre, e l’orrore incombente che ne hanno sempre caratterizzato l’opera: per il regista un’escursione nei ‘buoni sentimenti’ poco riuscita, in un periodo di carriera non brillante; Jonh Carpenter proveniva infatti da un adattamento,  discreto ma non eccezionale, di Christine La Macchina Infernale di Stephen King e in seguito si sarebbe dedicato a Grosso Guaio a Chinatown…

La differenza è che mentre quest’ultimo col tempo è stato in gran parte rivalutato quale omaggio parodistico alle storie giapponesi a base di cavalieri erranti, Starman non ha goduto di altrettanta stima. Gli unici a salvarsi alla fine sono proprio gli attori: Jeff Bridges almeno prova a dare credibilità a un alieno dalle fattezze umane disperso sulla Terra, ottenendo una nomination all’Oscar (per vincerlo dovrà aspettare quasi trent’anni, il 2010, grazie a Crazy Heart); Karen Allen, lanciata dai Predatori dell’Arca Perduta,  in seguito diraderà le proprie apparizioni sul grande schermo.

Starman negli anni è comunque riuscito a conquistarsi un piccolo pubblico di appassionati, che in genere ne sottolineano la leggerezza,  la filosofia ‘ecologista’ (l’alieno che non capisce come gli uomini non siano consapevoli del paradiso dove vivono e di come lo stiano rapidamente devastando), il suo essere un film senza troppe complicazioni, dal quale lasciarsi trasportare, più che stare lì a ‘sezionarlo’.

Elementi certo da non trascurare, ma che non riescono a fuggire la sensazione di troppa vicinanza al suo più illustre predecessore. Nel 1986 il film offrì lo spunto per una breve serie tv – dagli esiti altrettanto modesti – protagonista Robert Hays, noto al grande pubblico come il pilota dell’Aereo più pazzo del mondo.