la stanza delle meraviglie

Quello che certamente colpisce nel film di Todd Haynes La stanza delle meraviglie, è il complesso argomentare sul concetto di conservazione degli oggetti e della relativa memoria che ogni cosa riesce a trattenere. Si tratta di qualcosa così semplice e scontato da diventare spesso difficile da raccontare, perché facilmente fraintendibile con la passione o l’ossessione per il normale collezionismo.

 

Difficilmente nel cinema si è toccato in maniera così esatta il tema della raccolta delle tracce del quotidiano attraverso la sensazione di meraviglia. Viene certamente in mente il protagonista del delicato e struggente Ogni cosa è illuminata (2005) di Liev Schreiber, interpretato da un Elija Wood in stato di grazia, che raccoglieva normali oggetti legati al quotidiano e carichi di energia mnemonica, per poi conservarli appesi in bustine di plastica su una personalissima parete delle meraviglie.

La stanza delle meraviglie va oltre e forse per la prima volta in un film destinato alla grande distribuzione spiega, in maniera semplice e comprensibile, il concetto di wunderkammer. Certo, molti film d’autore sono stati strutturati attorno al concetto di camera delle meraviglie, come ad esempio Něco z Alenky (1987) di Jan Svankmajer, o molti film di Peter Greenaway, come Prospero’s Books (1991), ma la loro diffusione di nicchia non ha mai portato ad una conoscenza diffusa del tema in questione.

Wunderkammer letteralmente significa “camera delle meraviglie”. Il nome, appartenente ad un’antica tradizione europea, indica una sorta di museo dove viene accumulata senza ordine prestabilito qualsiasi cosa che possa destare stupore, meraviglia. Le wunderkammer sono considerate i prototipi degli odierni musei di storia naturale e possono essere accomunate ai “gabinetti delle curiosità” tipici del rinascimento italiano.  Quello che spingeva alla creazione di una wunderkammer era il desiderio, o forse il bisogno irrefrenabile, di riunire in un luogo protettivo e magicamente astratto dalla realtà una campionatura del mondo il più possibile estesa. La wunderkammer era un microcosmo a parte generato secondo le regole di un demiurgo che attingeva dal mondo circostante, trasformando una comune stanza in un museo del mondo, in un tempio consacrato all’accumulo e al possesso.

La stanza delle meraviglie, recensione del film di Todd Haynes

Esistevano wunderkammer d’ogni foggia e dimensione, potevano essere allestite in una piccola stanza, essere contenute all’interno di un armadio o interessare un intero edificio.

L’epoca di massimo splendore delle camere delle meraviglie terminò verso la metà del settecento, con l’avvento del moderno pensiero scientifico, anche se l’ impulso che spinge alla loro creazione sopravvive tutt’oggi forte come non mai, forse poiché coincide con un bisogno antico quanto l’uomo: quello di possedere e controllare l’universo in cui vive.

Ci furono wunderkammer famose e storicamente documentate come quella di Ferrante Imperato, di Basilius Besler, di Francesco Calceolari, di Ole Worm, di Manfredo Settala, del duca di Gottorp, di Ferdinando Cospi, dei duchi diWurttemberg, di Athanasius Kircher, di Vincent Levin  e di Pietro il Grande, Zar delle Russie, la cui wunderkammer è la più famosa mai esistita.

E La stanza delle meraviglie di Todd Haynes attinge a piene mani a tutto questo, utilizzandolo come struttura narrativa per orchestrare le storie parallele di due bambini, entrambi privi di udito, che vivono la loro fuga da una vita spietata, verso un sogno che scaturisce nel cuore più profondo del Museo di Storia Naturale di New York. Disseminate nel corso della vicenda si colgono spiegazioni sulla storia delle wunderkammer e sul concetto di curatore, ovvero di colui che per scelta professionale o per vocazione decine di intraprendere la raccolta.

Il film è tratto dal romanzo illustrato Wonderstruck di Brian Selznick, già autore del libro da cui è tratto Hugo Cabret (2011) di Martin Scorsese, altra pellicola dove il concetto di camera delle meraviglie si affaccia timidamente. Selznick ha lavorato personalmente sulla sceneggiatura del film, potendosi cosi permettere di difendere i concetti base più importanti, pericolosamente a rischio in un sistema produttivo che aborrisce gli approfondimenti culturali, avulsi dalla mera spettacolarizzazione.

L’aspetto più sorprendente de La stanza delle meraviglie di Todd Haynes è l’attenta e preziosa ricostruzione di una vera wunderkammer allestita in occasione di una mostra sull’origine dei musei all’interno del Museo di Storia Naturale di New York, nel 1927. Il lavoro di visulizazzione è stupefacente, in ogni dettaglio, dai singoli pezzi esposti nella collezione, al catalogo d’epoca, pieno di antiche stampe e precise spiegazioni didattiche. Le scenografie sono firmate da Mark Friedberg, prezioso collaboratore di autori del calibro di Wes Andeson, Martin Scorsese e Jim Jarmush e sono sapientemente spalleggiate dai costumi di Sandy Powell, qui in veste anche di produttore esecutivo.

Per avere un idea precisa del lavoro di ricerca e successiva ricostruzione è possibile ammirare un pregiato backstage dove Friedberg, Haynes e Selznick raccontano il loro viaggio alla scoperta della wunderkammer.

Emoziona vedere al cinema qualcosa che coincide con l’essenza del cinema stesso, in fondo un film altro non è che una camera delle meraviglie, nella quale l’autore racchiude tutto ciò che per lui rappresenta forma di stupore e meraviglia. Ed è peculiare che spesso la stessa cinepresa venga chiamata camera.