L’ultima volta che siamo stati bambini è basato su una storia vera?

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Una delle domande che accompagnano più spesso L’ultima volta che siamo stati bambini riguarda la sua natura: racconta una storia realmente accaduta o è frutto di finzione? La risposta, come spesso accade nel cinema che lavora sulla memoria, è più sfumata di un semplice sì o no. Il film diretto da Claudio Bisio non è la trasposizione diretta di un fatto di cronaca o di una vicenda specifica, ma affonda le sue radici in un contesto storico reale e in una memoria collettiva profondamente autentica.

Un film non “biografico”, ma storicamente vero

L’ultima volta che siamo stati bambini non è basato su una singola storia vera, né racconta la vita di personaggi realmente esistiti. I protagonisti sono figure di finzione, così come le loro famiglie e le dinamiche narrative che li coinvolgono. Tuttavia, il mondo in cui si muovono è assolutamente reale: la Roma dei primi anni Quaranta, segnata dal fascismo, dalle leggi razziali e dall’ombra sempre più concreta della guerra.

Il film prende spunto dall’omonimo romanzo di Fabio Bartolomei, che costruisce una vicenda immaginaria proprio per raccontare qualcosa di profondamente vero: l’infanzia italiana durante la Seconda guerra mondiale, vissuta spesso senza comprendere appieno l’orrore che la circondava, ma subendone comunque le conseguenze.

L’infanzia come filtro della Storia

La forza del racconto sta nello sguardo adottato. La Storia, con la “S” maiuscola, non viene spiegata né didascalizzata, ma filtrata attraverso l’innocenza dei bambini. Le leggi razziali, l’antisemitismo, la propaganda e la violenza del regime fascista emergono in modo laterale, quasi casuale, proprio come accadeva nella percezione infantile dell’epoca.

Questo approccio rende il film storicamente credibile pur restando narrativamente libero. Molti bambini ebrei, così come figli di dissidenti o famiglie marginalizzate, scomparvero improvvisamente dalla vita quotidiana: amici di scuola, compagni di gioco, presenze che un giorno c’erano e il giorno dopo no. È su questa verità storica che il film costruisce il suo nucleo emotivo.

Un racconto simbolico che nasce da una verità collettiva

L'ultima volta che siamo stati bambini recensione

Se la vicenda non è reale nei fatti, lo è nel significato. I protagonisti incarnano esperienze che migliaia di bambini italiani hanno realmente vissuto: la fine improvvisa dell’innocenza, la scoperta della paura, il confronto con una realtà che non lascia spazio alla leggerezza.

Il titolo stesso, L’ultima volta che siamo stati bambini, suggerisce un passaggio irreversibile: non un evento preciso, ma una condizione esistenziale. In questo senso, il film non racconta “una” storia vera, ma molte storie vere condensate in una sola, trasformate in racconto cinematografico.

Claudio Bisio e la scelta di un tono antiretorico

Alla sua prima regia cinematografica, Claudio Bisio sceglie consapevolmente di evitare ogni enfasi celebrativa o melodrammatica. Il film non cerca la lacrima facile né la ricostruzione storica spettacolare, ma un tono misurato, quasi sommesso, che restituisce la quotidianità di un’epoca senza giudicarla apertamente.

Questa scelta rafforza il senso di autenticità: la Storia non irrompe con grandi scene madri, ma si insinua lentamente, proprio come accade nella vita reale. Ed è anche per questo che molti spettatori percepiscono il film come “vero”, pur sapendo che non racconta fatti realmente accaduti a quei personaggi specifici.

Una verità emotiva più che fattuale

L'ultima volta che siamo stati bambini Film 2023
Foto di Paolo Ciriello

In definitiva, L’ultima volta che siamo stati bambini non è basato su una storia vera in senso stretto, ma è profondamente radicato in una verità storica ed emotiva. È un film che utilizza la finzione per restituire un’esperienza autentica: quella di un’infanzia spezzata dalla Storia, di amicizie interrotte senza spiegazioni, di un mondo che cambia troppo in fretta perché un bambino possa capirlo.

Ed è proprio questa verità, più universale che cronachistica, a rendere il film così potente e così vicino alla memoria di chi, direttamente o indirettamente, quella Storia l’ha vissuta.

Redazione
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