Con Sons (leggi qui la recensione) del 2024, Gustav Möller firma il suo secondo lungometraggio dopo l’acclamato The Guilty (qui la recensione), thriller minimalista ambientato quasi interamente all’interno di una centrale operativa della polizia. In quel film il regista danese aveva costruito una tensione crescente affidandosi a pochi spazi, alla centralità del suono e alla soggettività del protagonista, dimostrando un controllo rigoroso della messa in scena e un forte interesse per le zone grigie della responsabilità morale. Un esordio che aveva già messo in luce una poetica asciutta, tesa e profondamente etica.
Sons si colloca nel solco di quella ricerca, muovendosi all’interno di un dramma carcerario dalle forti tinte psicologiche. La storia, ridotta all’osso, segue una guardia penitenziaria che si trova a dover gestire l’arrivo in carcere di un detenuto legato al suo passato, facendo emergere una tensione costante tra ruolo professionale e coinvolgimento personale. Il film appartiene a un cinema morale prima ancora che di genere, in cui il conflitto non esplode nell’azione ma si stratifica nello sguardo, nei silenzi e nelle scelte mancate.
Attraverso questa situazione, Möller interroga temi come la vendetta, il senso di giustizia, l’abuso di potere e la difficoltà di restare neutrali in un sistema che pretende regole assolute. Sons non offre risposte semplici e mette lo spettatore di fronte a dilemmi scomodi, chiedendo di prendere posizione insieme alla protagonista. Proprio per questo, il finale assume un peso decisivo nel ridefinire il senso dell’intero racconto. Nel resto dell’articolo entreremo quindi nel dettaglio della sua conclusione, analizzandone il significato e le implicazioni morali.

La trama di Sons
Protagonista del film è Eva, una guardia carceraria con grandi ideali, che, sinceramente convinta di poter migliorare la vita dei detenuti, si prodiga per loro, assistendoli nella loro educazione e insegnando loro a fare yoga. La sua vita e il suo codice morale cambiano quando l’assassino di suo figlio viene trasferito nel carcere in cui lavora. Chiede quindi di essere trasferita nella sezione in cui il giovane è rinchiuso, nota per essere la più brutale e violenta della prigione.
La spiegazione del finale del film
Nel terzo atto di Sons la tensione accumulata esplode durante il permesso concesso a Mikkel per visitare la madre. L’uscita, ottenuta grazie alle pressioni e ai favori di Eva, si rivela subito carica di disagio e frustrazione. Il confronto familiare mette a nudo la violenza latente del giovane e il suo rapporto soffocante con una madre autoritaria. La situazione degenera quando Mikkel provoca Eva rivelando le violenze subite in carcere, rompendo l’equilibrio precario su cui si reggeva il loro patto tacito e trasformando il controllo in una resa dei conti emotiva.
La fuga improvvisa di Mikkel segna il punto di non ritorno. Eva lo insegue nel bosco insieme a un collega, ma è lei a raggiungerlo per prima quando il ragazzo cade e perde conoscenza. In quel momento il film si concentra su un gesto estremo e silenzioso, con Eva che preme il volto di Mikkel contro il terreno, lasciando emergere un impulso di vendetta che aveva finora represso. L’arrivo del collega interrompe l’atto e costringe Eva a fermarsi. Tornata in carcere, sceglie di farsi trasferire di nuovo nel reparto a bassa sicurezza, chiudendo il racconto su una decisione apparentemente definitiva.

Il finale assume un valore profondamente simbolico perché non offre una catarsi liberatoria. Eva arriva a confrontarsi fisicamente con l’uomo che ha distrutto la sua vita, ma non porta a termine l’atto che potrebbe sembrare una compensazione del dolore subito. Quel gesto interrotto diventa il vero snodo morale del film, mostrando come la vendetta non sia una risposta capace di restituire senso o giustizia. Möller costruisce un epilogo che rifiuta la punizione esemplare e preferisce interrogare lo spettatore sul confine sottile tra comprensione e abuso di potere.
La scelta di Eva di tornare nel reparto Vester 5 completa il percorso tematico del film, riportandola nel luogo dove aveva costruito un’identità professionale fondata sull’ascolto e sulla gestione non violenta del conflitto. Dopo aver attraversato la zona più oscura del proprio dolore, la protagonista riconosce implicitamente di aver oltrepassato una linea etica. Il finale suggerisce che la vera responsabilità non sta nel cancellare il male subito, ma nel decidere chi si vuole essere dopo averlo affrontato. In questo senso la conclusione rimane aperta e inquieta, coerente con l’intero impianto narrativo.
Sons lascia allora allo spettatore un messaggio scomodo e necessario, legato all’idea di giustizia come processo imperfetto e fragile. Il film invita a riflettere sul rischio di trasformare il dolore in violenza istituzionalizzata e sull’importanza di riconoscere i propri limiti morali. Eva non viene assolta né condannata apertamente, e proprio questa ambiguità rappresenta il valore più forte del racconto. Gustav Möller afferma che l’umanità si misura nelle scelte difficili, quando trattenere la mano diventa un atto più radicale che colpirla.
