To Catch A Killer – L’uomo che odiava tutti: la spiegazione del finale del film

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Quando nel 2023 Damián Szifron torna al cinema con To Catch A Killer – L’uomo che odiava tutti (leggi qui la recensione), il risultato è un thriller poliziesco che usa la struttura del procedural per parlare di un’America esausta, paralizzata dalla paura e incapace di comprendere il disagio che genera la violenza. Il film con Shailene Woodley e Ben Mendelsohn si presenta inizialmente come una classica caccia al serial killer: un cecchino misterioso massacra decine di persone durante la notte di Capodanno a Baltimora e l’FBI cerca disperatamente un colpevole prima che l’opinione pubblica esploda. In realtà, il film rivela presto un’ambizione diversa, molto più cupa e politica.

Il cuore del racconto è infatti il rapporto tra Eleanor e Lammark, due figure profondamente imperfette che si muovono dentro istituzioni corrotte, isteriche e incapaci di ascoltare. Il finale di To Catch A Killer non punta alla soddisfazione tipica del thriller investigativo, perché la cattura dell’assassino non coincide con una vera vittoria. La morte di Dean Possey chiude il caso, ma lascia intatta la sensazione di vivere in una società che continua a produrre solitudine, alienazione e rabbia. È proprio questa la chiave interpretativa del film: il killer non viene trasformato in un mostro eccezionale, bensì nel sintomo estremo di un sistema malato.

Il thriller di Damián Szifron trasforma la caccia al serial killer in un racconto sulla paranoia collettiva e sul fallimento delle istituzioni

Shailene Woodley e Ben Mendelsohn in To Catch a Killer

 

Chi conosce il cinema di Damián Szifron riconosce immediatamente alcuni temi già presenti in Relatos salvajes: l’esplosione della rabbia repressa, la violenza improvvisa che emerge dalla normalità e la critica feroce verso strutture sociali incapaci di gestire il disagio umano. In To Catch A Killer, però, il regista abbandona il tono grottesco e satirico per costruire un thriller teso, quasi documentaristico, che richiama il cinema paranoico degli anni Settanta e opere come Zodiac di David Fincher. Baltimora viene mostrata come una città traumatizzata, dove media, politica e forze dell’ordine cercano disperatamente una narrazione semplice da offrire al pubblico.

Per questo motivo il personaggio di Eleanor diventa centrale. Interpretata da una sorprendente Shailene Woodley, la protagonista è una poliziotta segnata da problemi psicologici, dipendenze e tendenze autolesionistiche. Lammark la sceglie proprio perché riconosce in lei qualcosa che gli altri ignorano: la capacità di osservare il dolore umano senza trasformarlo immediatamente in propaganda o spettacolo mediatico. Tutti gli altri investigatori vogliono un terrorista, un fanatico religioso o un simbolo politico da mostrare in televisione. Eleanor, invece, comprende che dietro gli omicidi si nasconde qualcuno di molto più disturbante: un uomo invisibile, cresciuto ai margini, incapace di vivere nel mondo contemporaneo.

Anche la regia insiste continuamente su questo aspetto. Le sparatorie sono secche, improvvise, prive di eroismo. I vertici istituzionali appaiono ossessionati dall’immagine pubblica e dalla necessità di controllare il racconto mediatico della tragedia. In questo senso il film evita deliberatamente la struttura rassicurante del thriller classico: non esiste un detective geniale capace di riportare ordine nel caos. Ogni intuizione arriva troppo tardi e ogni errore produce altre vittime. Il killer diventa quindi il riflesso di una società che ha smesso di ascoltare chi resta indietro.

Chi è davvero Dean Possey e cosa succede nel finale di To Catch A Killer

Ralph Ineson in To Catch a Killer

La parte finale del film conduce Eleanor e Lammark verso Dean Possey, il vero autore delle stragi. La scoperta arriva attraverso dettagli apparentemente secondari, confermando come il film sia interessato più all’osservazione psicologica che al colpo di scena spettacolare. Dean è un uomo cresciuto nell’isolamento, traumatizzato da un’infanzia segnata da un incidente con le armi causato dal padre, incapace di integrarsi socialmente e rifiutato persino dall’esercito, che avrebbe dovuto rappresentare per lui un’identità e uno scopo.

Quando Eleanor e Lammark raggiungono la casa della madre di Dean, il film entra nella sua fase più tragica. Lammark, ormai estromesso ufficialmente dall’indagine, vuole arrestare il killer per dimostrare che il Bureau ha sbagliato tutto. È una scelta impulsiva, dettata dall’orgoglio e dalla frustrazione accumulata durante l’inchiesta. Dean, nascosto in una baracca vicino alla casa, spara però attraverso una finestra e uccide Lammark quasi immediatamente. La morte del personaggio interpretato da Ben Mendelsohn è improvvisa e anti-spettacolare: il film elimina così l’ultima figura realmente competente rimasta dentro il sistema investigativo.

Da quel momento il confronto si concentra esclusivamente tra Eleanor e Dean. È qui che il film esplicita il proprio vero tema: la protagonista riconosce nel killer un dolore simile al suo. Entrambi convivono con impulsi autodistruttivi e con una profonda incapacità di sentirsi parte del mondo. Eleanor cerca disperatamente di convincerlo a fermarsi, proponendogli cure mediche e una possibilità di redenzione. Dean, però, è ormai oltre ogni recupero. La sua rabbia è diventata identità. Quando la polizia circonda l’area, il killer reagisce facendo esplodere una bomba e aprendo il fuoco sugli agenti. Eleanor tenta ancora di salvarlo, ma il confronto degenera definitivamente: Dean viene colpito e ucciso dalla polizia dopo essere stato ferito dalla stessa Eleanor.

La chiusura dell’indagine lascia però un sapore amarissimo. Dean muore, ma nessuno sembra interessato a capire davvero come sia stato possibile arrivare a quel punto. Le istituzioni vogliono soltanto controllare il danno politico e mediatico.

Il finale racconta una società che crea invisibili e poi si stupisce della loro esplosione di violenza

Shailene Woodley in To Catch a Killer

 

L’aspetto più inquietante di To Catch A Killer è il modo in cui rifiuta di rendere Dean Possey un genio criminale o un simbolo astratto del male. Il film insiste continuamente sulla sua banalità. Dean è un uomo spezzato, incapace di relazioni sociali, sfruttato economicamente e consumato da un odio che cresce nell’isolamento. La sua violenza nasce da un bisogno disperato di sentirsi finalmente visto.

Questa scelta cambia completamente il significato del finale. Eleanor comprende che Dean non sta cercando soldi, potere o fama ideologica. Vuole infliggere al mondo lo stesso dolore che prova quotidianamente. Per questo motivo le sue vittime sono casuali: il bersaglio reale è la società intera. Szifron costruisce così un thriller che parla apertamente dell’alienazione contemporanea e della fragilità mentale in un contesto dominato da pressione sociale, individualismo e bombardamento mediatico.

Anche Eleanor rappresenta una possibile variazione dello stesso trauma. Il film suggerisce continuamente che la protagonista avrebbe potuto facilmente scivolare verso l’autodistruzione definitiva. Le sue ferite interiori la rendono capace di capire Dean meglio di chiunque altro. La differenza sta nel fatto che Eleanor trova un contatto umano sincero attraverso Lammark, mentre Dean resta completamente isolato fino alla fine. La tragedia del killer nasce proprio da questa assenza assoluta di connessione emotiva.

Il comportamento delle autorità rafforza ulteriormente questa lettura. Politici e FBI pensano soltanto a salvare la propria reputazione. Ogni decisione viene presa per ragioni strategiche o mediatiche, mai umane. Il film suggerisce quindi che la vera violenza sistemica non sia soltanto quella delle armi, ma quella di istituzioni incapaci di vedere le persone prima che sia troppo tardi.

La morte di Lammark e la promozione di Eleanor mostrano il compromesso morale necessario per sopravvivere nel sistema

Ben Mendelsohn in To Catch a Killer

La conclusione del film diventa ancora più amara nella scena finale dedicata a Eleanor. Dopo la morte di Dean Possey, il sindaco e i dirigenti istituzionali cercano di riscrivere completamente la narrazione degli eventi. Vogliono nascondere gli errori dell’indagine e trasformare Eleanor in una figura utile alla propaganda ufficiale. In cambio le offrono ciò che ha sempre desiderato: un ruolo importante nell’FBI.

All’inizio del film Eleanor avrebbe probabilmente rifiutato per principio. L’esperienza vissuta con Lammark, però, le ha insegnato che la purezza morale assoluta spesso conduce all’emarginazione e all’impotenza. Accettando il compromesso, la protagonista sceglie di restare dentro il sistema per continuare a fare la differenza. È una decisione profondamente ambigua, che il film evita di giudicare apertamente.

Il dettaglio più importante riguarda infatti le richieste avanzate da Eleanor prima di firmare l’accordo: pretende che Lammark riceva una medaglia al valore postuma e che il marito Gavin ottenga la pensione completa. In quel momento Eleanor dimostra di aver ereditato l’umanità del suo mentore. Ha imparato a muoversi dentro una struttura corrotta senza perdere completamente sé stessa.

La morte di Lammark assume quindi un valore simbolico. Il personaggio rappresentava un raro esempio di investigatore interessato davvero alla verità e non alla carriera. La sua eliminazione conferma la visione pessimista del film: le persone migliori vengono spesso sacrificate da sistemi costruiti sulla convenienza politica.

Il vero significato del finale di To Catch A Killer è la trasformazione del dolore in consapevolezza

Shailene Woodley, Jovan Adepo e Ben Mendelsohn in To Catch a Killer

L’ultima immagine di Eleanor suggerisce che il film non vuole chiudersi nella disperazione assoluta. La protagonista esce distrutta dall’indagine, ma possiede finalmente una consapevolezza nuova. Ha guardato dentro il vuoto che consumava Dean Possey e ha capito quanto sia sottile il confine tra sopravvivere al dolore e lasciarsene divorare.

Il titolo italiano, L’uomo che odiava tutti, rischia quasi di semplificare il film, perché Dean non odia realmente il mondo nel senso tradizionale del termine. Odia soprattutto la propria incapacità di viverci dentro. È un personaggio incapace di comunicare, incapace di immaginare un futuro, incapace persino di dare un nome preciso alla propria sofferenza. Eleanor riesce a comprenderlo proprio perché combatte quotidianamente una battaglia simile.

Il finale diventa allora il racconto di due possibilità opposte davanti al trauma: trasformarlo in distruzione oppure in coscienza critica. Dean sceglie la prima strada e viene annientato. Eleanor sceglie invece di continuare a vivere, accettando compromessi dolorosi pur di mantenere uno spazio d’azione dentro il sistema. È una conclusione volutamente scomoda, che rifiuta la catarsi tipica del thriller hollywoodiano.

To Catch A Killer termina senza rassicurare davvero lo spettatore, lasciando aperta una domanda inquietante: quanti altri Dean Possey stanno crescendo nel silenzio generale, invisibili fino al giorno in cui decideranno di farsi notare attraverso la violenza?

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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