Final Portrait: Stanley Tucci presenta il film a Roma

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Tratto dall’omonimo libro di James Lord, Final Portrait è un film diretto da Stanley Tucci, amato e conosciuto forse da tutti più come attore che come regista.

La volontà di mettersi dietro la macchina da presa, solitamente piuttosto sporadica (qui dirige il suo quinto lungometraggio), è scaturita stavolta dalla sua grande passione per l’arte.

Il film si concentra infatti su un particolare momento della vita di Alberto Giacometti, pittore e scultore italo-svizzero, vissuto nella metà degli anni ‘90.

Il nostro incontro con Stanley Tucci in conferenza stampa si apre ricordandoci come oggi siamo in un momento in cui la fortuna critica di Giacometti è particolarmente felice. Alla biennale di Venezia la Svizzera questo anno ha dedicato l’intero padiglione a Giacometti, e inoltre a giugno il Guggenheim di New York ospiterà la più grande mostra americana dedicata all’artista.

Tucci non si è approcciato al classico modo di mettere in scena una biografia. “Non ho mai creduto molto alle biografie integrali. Preferisco quelle che si concentrano su un solo momento della vita di un artista, così da poterne rilevare maggiori dettagli e dare un senso più profondo di quella persona”.

The Final Portrait

Stanley Tucci racconta di provenire da una famiglia in cui si è sempre respirato un forte clima artistico. Suo padre, pittore e insegnante d’arte, ha girato il mondo assieme ai figli, coi quali ha vissuto anche a Firenze per un anno. “Quando respiri l’arte fin da piccolo ne sei totalmente pervaso. Inoltre da ragazzo ho anche studiato disegno”, afferma il regista.

La scelta di Geoffrey Rush nei panni dell’estroso artista è perfetta. “Geoffrey ha avuto due anni per prepararsi per il ruolo, studiarlo nei minimi particolari, mentre noi cercavamo i soldi per la produzione – racconta Tucci – Nonostante la forte somiglianza fisica tra Rush e Giacometti, vi è stata la difficoltà di far coincidere questa fisicità con la dimensione interiore dell’artista, molto particolare. Soprattutto gli eccessi di rabbia e il saper padroneggiare bene il pennello, hanno richiesto diverso tempo a Geoffrey Rush”. 

Il film si concentra sul rapporto che viene a crearsi tra Alberto Giacometti e un suo modello “volontario”, lo scrittore James Lord (autore appunto di questo biopic e qui interpretato da Armie Hammer), grande estimatore dell’artista. “Stare vicino ad un artista non è facile. Si direbbe ci sia quasi del masochismo” dice Stanley Tucci: “Ho avuto l’occasione di parlare con tre persone che hanno fatto da modello per Giacometti, e tutti confermano le tre fasi tipiche del comportamento dell’artista. Una fase iniziale più colloquiale, durante la quale Giacometti parlava col suo modello/a. Una seguente fase intermedia e più seria. E la fase successiva, non sempre finale, nella quale l’artista era totalmente immerso in uno stato di depressione e rabbia per il proprio lavoro, che giudicava insoddisfacente”.

La particolare scelta tematica di Stanley Tucci alla regia si traduce anche con uno stile tecnico molto personale. “L’uso della camera a spalla mi è risultato indispensabile, in quanto la maggior parte del film dovevo riprendere due figure statiche, e quindi c’era la necessità di alleggerire il tutto, di dare un po’ di movimento – specifica Tucci – E questo è stato possibile anche grazie all’ottimo direttore della fotografia,  Danny Cohen, che a inizio riprese stabiliva a priori la luce a seconda del momento della giornata, così da rendere più fluidi i movimenti di macchina”.

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