Quella_sera_dorata

 

Mercoledì 29 settembre alla Casa del Cinema si è tenuta la conferenza stampa di Quella sera dorata, l’ultimo film di James Ivory. In sala era presente il regista assieme al direttore dell’Adelphi Matteo Codignola e il titolare della Teodora Film.

altLa prima osservazione rivolta all’opera di Ivory è stata a proposito della “leggerezza calviniana” che la pervade. Ivory ha confermato la sensazione: “una delle cose che mi ha attratto di più del romanzo è la leggerezza, anche nel lieto fine: ognuno va dove deve andare, come in un’opera di Mozart” A proposito delle scelte musicali il regista ha affermato: “è stata un’idea della sceneggiatrice usare quella musica, ci sembrava una musica adatta a quella famiglia, questa musica serviva a dare questo gusto un po’ remoto in un posto così selvaggio, poi Hopkins aveva a presso quel cd…” La musica di Mozart usata per evocare il vecchio mondo, la musica della “Vedova allegra” accostata ad una citazione di Cechov è parso un modo perfetto per evidenziare la nostalgia per la vecchia Europa che caratterizza i personaggi, a questo punto la domanda d’obbligo: “lei ha nostalgia per il vecchio mondo?” ma il regista non coglie l’occasione per perdersi nei ricordi e si limita a osservare che non ha mai vissuto da giovane in Europa, ma l’ha conosciuta solo a 21 anni, dopo averla incontrata nei libri. La discussione si è qui aperta alla questione degli adattamenti. Negli adattamenti il lavoro grosso lo fa la sceneggiatrice, che nel caso di Ruth Prawer Jhabvala è anche autrice di romanzi e il suo approccio alla materia letteraria avviene quindi da “collega”, con uno sguardo particolare, meno timoroso più libero. Ivory ci tiene, però, a precisare che non è vero che la maggior parte dei suoi film sono adattamenti di testi teatrali o romanzi. “Solo il 60% dei miei film prendono spunto da un libro, sono quelli più famosi, da Camera con vista a Casa Howard, passando per Quel che resta del giorno, ma ho fatto anche altro e adesso mi piacerebbe davvero poter lavorare su una sceneggiatura originale, preferibilmente ambientata ai giorni nostri”.

altUn altro argomento centrale è stato quello dell’ambientazione esotica.

“A Ismail sarebbe piaciuto girare un film ambientato in Uruguay” ha confessato, ricordando, un po’ commosso il compagno di una vita. “Avrebbe adorato il Sudamerica e sarebbe stato contagiato dall’allegria che ha accompagnato le riprese. Quando la lavorazione di un film è gioiosa, il risultato finale è sempre migliore”.

Poi il regista ha continuato divertito: “non ci crederete, ma Peter Cameron non era mai stato in Uruguay. Eppure quando ho letto Quella sera dorata, ho pensato che la descrizione d’ambiente fosse perfetta, efficace, e quando finalmente ho raggiunto le location, mi sono detto: è esattamente come nel romanzo. Perfino Peter è rimasto sbalordito da se stesso quando ci ha raggiunto. Devo dire che per un regista è una gran fortuna poter disporre del materiale di uno scrittore dall’immaginazione così fervida”.

Parlando della centralità del “cambiamento” all’interno della storia narrata il regista si è divertito a lanciare frecciate alle rigide regole degli sceneggiatori hollywoodiani, osservando che in effetti Quella sera dorata: “era una storia ricca di contrasti e di repentini mutamenti – cosa non molto frequente nel mio cinema, che definirei non troppo movimentato, l’opposto di Hollywood, per capirci, dove sembra che il cambiamento sia la conditio sine qua non per fare un film. Entri in un qualsiasi Studio e sono tutti ossessionati dal cosiddetto arco narrativo: un personaggio deve partire da A e arrivare a B, sennò non se ne fa nulla. Una regola ferrea, a cui stavolta, pur disponendo di grande libertà e di mezzi produttivi autonomi, mi sono voluto attenere. E alla fine mi sono divertito a seguire i destini imprevedibili dei miei protagonisti”.  Una coppia di personaggi, però, rimane fedele a se stessa: “gli unici forse che non cambiano sono Adam e Pit, che non vogliono cambiare, stanno bene così.”

La conversazione si è poi aperta al lavoro con gli attori.alt

“Non lavoravo con Anthony dai tempi di Surviving Picasso, un film che si è rivelato particolarmente difficile sia per me che per lui, soprattutto per lui, perché non è rimasto soddisfatto della sua performance e non ha avuto grandi apprezzamenti né dal pubblico né dai critici. Questo film, invece, lo ha lasciato contento. Il suo problema è che tutti i registi continuano ad affidargli il ruolo del cattivo oppure a isolarlo, rendendolo il protagonista unico e assoluto di qualsiasi film. Al contrario, io sono convinto che Anthony dia il meglio di sé quando recita insieme ad altri attori. E’ una cosa che gli riesce benissimo e che deriva dalla sua solida formazione teatrale”.

Ingannati forse dagli splendidi capelli bianchi del regista, eco visiva di quelli appena visti sullo schermo e dalle frequenti collaborazioni, si è stati tentati di considerare Hopkins l’alter ego cinematografico di Ivory, ma il regista non l’ha mai pensata in questi termini: “entrambi siamo pittori dilettanti, ma le analogie finiscono qui. Lui è inglese e io no, lui è una star del cinema e io no, lui ha avuto 3 matrimoni mentre io non mi sono mai sposato, lui ha sempre bisogno di lavorare, altrimenti sta male, io invece amo oziare di tanto in tanto. Mi sento vicino solo al personaggio che interpreta nel film, con cui ho in comune la vecchiaia e il desiderio di continuare a fare, ancora per un po’ di tempo, la vita che faccio”.

Del resto il regista non nasconde elementi autobiografici nel suo cinema. La sua visione del  mondo è nei suoi film e osserva soddisfatto: “tutti i miei film sono autobiografie divise in 3: c’è una parte di me, una parte di Ismail, una parte di Ruth. Ci sono i viaggi che abbiamo fatto, le emozioni che abbiamo provato, le persone che abbiamo incontrato e le nostre grandi passioni, in prima fila la letteratura”.

Sul finire della conferenza James Ivory ha brevemente accennato al suo prossimo progetto: non si tratta di un film, ma di una manifestazione della durata di una settimana che si svolgerà nel 2011 a Firenze in occasione dei 500 anni dalla morte di Giorgio Vasari e mescolerà poesia, teatro e danza.