Alla Casa del Cinema per la presentazione di Bloodline sono intervenuti il regista Edo Tagliavini, i produttori di Opencinema – anche autori del soggetto e di parte della sceneggiatura – Virgilio Olivari e Mario Calamita, Giovanni Costantino di Distribuzione Indipendente, gli attori: lo stesso Olivari, Francesco Malcom, Paolo Ricci. Assenti invece Francesca Faiella e Marco Benevento. Insieme ci hanno illustrato la loro scommessa sul cinema di genere, che parte da quest’horror.

Com’è nata l’idea di fare un film dell’orrore?

Mario Calamita: “Sicuramente è nata per passione. Coi tempi che corrono, se non si ha motivazione e vera volontà di arrivare fino alla fine del progetto, risulta difficile se non impossibile”.

Quant’è costato il film?

M. C.: “Intorno ai 150.000 euro (…) che è un budget più elevato di molti film di questo genere prodotti in Italia. (…) Abbiamo cercato di pagare tutti, di non fare opere ultra low budget, abbiamo girato fuori Roma, a Nettuno la maggior parte  del tempo, poi Rocca Priora, Roma, ci sono stati diversi spostamenti. (…). Inoltre abbiamo coinvolto Sergio Stivaletti, Claudio Simonetti e la produzione non è stata fatta in casa come spesso accade, ma con l’iter di un film “normale” (…) Abbiamo lavorato molto sull’audio e su una colonna sonora internazionale per l’estero, considerando che questo genere di film viene fatto essenzialmente per il mercato internazionale, visto che attualmente non ha molto successo in Italia, purtroppo, possiamo dircelo con franchezza (…).

Perché, secondo voi? È un problema di pubblico, produzione, target?

M. C.: “E’ un cane che si morde la coda. Di solito quando arrivano in Italia produzioni estere ben presentate, incassano (vedi Paranormal Activity, che con la spinta giusta alle spalle ha incassato in tutto il mondo e anche in Italia, oppure Saw). Alla base però c’è una catena distributiva che permette di arrivare al pubblico in tante sale, con una certa eco. Purtroppo in Italia ci siamo un po’ persi, dopo Dario Argento (e lui stesso ormai è andato in America) (…). Oggi, i film che incassano maggiormente sono “cinepanettoni” e commedie, quindi le produzioni investono su quelli. La possibilità di sperimentare del nuovo invece sembra ormai demodé in Italia.

Che premesse di ritorno avevate per pensare di avventurarvi in questo progetto?

M.C.: “Avevamo qualche contatto con l’America, ma per la maggior parte è stato un salto nel buio. Volevamo sperimentare quale sarebbe stato l’iter di un film del genere, per poi farne seguire altri. (…) Ora il film esce in qualche sala italiana grazie a Distribuzione Indipendente, ma è stato già trasmesso in America da agosto sulla tv via cavo, dando un buon ritorno (…). Dal prossimo anno usciremo anche in dvd e blu ray, sempre in America. Abbiamo il supporto estero di Uwe Boll, regista di horror e sales agent, che sta seguendo la distribuzione estera del film. L’abbiamo venduto in Germania e siamo in trattativa con altri paesi, europei e non. In campo internazionale si fanno complessivamente buoni numeri, riuscendo ad ammortizzare il budget in un paio d’anni. (…) Sicuramente dal punto di vista produttivo l’esperienza ci ha forgiato, facendoci capire in che direzione andare. Dalle prossime produzioni, ad esempio, dovremo girare direttamente in inglese, considerando il mercato a cui ci rivolgiamo (…). Siamo pronti per partire con altri progetti e speriamo, coi contatti che ci siamo creati, di riuscire ad aumentare il numero di produzioni annue (già dal prossimo anno due), e di costruirci la nostra fetta di mercato. Poi chissà, magari anche in Italia qualcuno prima o poi si sveglierà e spenderà qualcosa in più, consentendoci di fare quel passo in avanti per arrivare a creare qualcosa di qualitativamente superiore”.

In un mercato come il nostro, col duopolio Rai-Mediaset e con la censura imperante, un film come questo che gioca a tutto campo con lo splatter, il porno, ecc… non rischia di precludersi ogni possibilità?

M. C.: “Il nostro intento produttivo è fare film di genere. Sicuramente in Italia, se in futuro posso sperare di avere appoggi, non è sull’horror, a meno che uno dei nostri film non abbia un successo internazionale tale da smuovere qualche “grande”. Più che altro invece, punto su altri generi come la fantascienza, il fantasy, più abbordabile anche per le televisioni. Quindi non solamente horror, ma apertura a una cinematografia di genere più ampia. E credo che più avremo successo all’estero, più avremo possibilità di trattative in Italia. (…)

Giovanni Costantino: “Personalmente trovo che proprio in un momento di crisi come questo sia opportuno sperimentare e che sia senz’altro vincente l’idea di Opencinema di aprirsi al globo. Se operazioni del genere potranno stentare all’inizio, credo che poi non si potrà che prendere atto di una tendenza ormai incontrovertibile, visti i risultati che questo tipo di film sta ottenendo all’estero. Anche l’Italia si dovrà uniformare”.

Tagliavini, a chi ti sei ispirato?

Edo Tagliavini: “Quando sono arrivato nel cast, già era stata fatta una prima stesura del lavoro (…), partendo dall’idea di Virgilio Olivari. La mia doveva essere una regia tecnica, poi il mio ruolo si è modificato. Comunque, c’erano già  dei paletti nel mio percorso. Di mio ho voluto portare una linea ironica in una sceneggiatura un po’ più seria. L’horror diverte se c’è un’ironia di fondo, oppure dev’esserci una storia davvero paurosa, ma nel nostro caso era più una storia di contaminazione. Quindi ho provato a metterci Sam Raimi, il primo Peter Jackson, anche perché quando si lavora su bassi budget (…) si deve puntare sull’ironia e sulla strizzata d’occhio allo spettatore (…).

Come ha influito l’incontro con Stivaletti nella tua idea di film?

E. T.: “Come sempre in questi film, non tutto è pensato prima, è piuttosto una valanga che arriva e bisogna riuscire a gestirla. (…) Sergio, infatti, l’ho contattato in un secondo momento. La bellezza di un set con professionisti e non, non è data dalla capacità (pur essendoci un maestro come Stivaletti) ma dalla volontà, dall’impegno e dal sacrificio di tutti. (…) Lavorare a un progetto low budget ti porta a valutare rapidamente le cose, a ingegnarti. (…) Così è accaduto con Sergio, con cui non abbiamo avuto modo più di tanto di relazionarci in preproduzione, (…). Magari arrivava sul set con effetti nuovi, diversi da quelli preventivati, e si cercava di trovare un compromesso tra quelli e le risorse che avevamo, per far funzionare tutto al meglio. Questa è anche la bellezza del cinema indipendente: ti porta a trovare il nocciolo delle cose, anziché fantasticare su progetti ideali e faraonici”.

Come vi siete rapportati col rinnovamento nel cinema di genere, che è il più codificato in assoluto?

E. T.: “La nostra intenzione non era fare un film rivoluzionario, che cambiasse la storia del cinema, ma cercare di dimostrare che anche con un piccolo budget (…) si può fare qualcosa che non sia il solito lavoro amatoriale in cui si indugia sullo splatter o sui seni nudi. Abbiamo cercato di allontanarci dal canone della ragazza nuda sotto la doccia, del dettaglio truculento a tutti i costi (ci sono solo alcuni elementi necessari). (…) Abbiamo voluto ricalcare la struttura dei film anni ’80 – nel nostro caso con un intreccio quadruplo di generi – provando però a dargli una veste più moderna, con un nuovo linguaggio fotografico. Abbiamo lavorato su una doppia macchina da presa, per dare anche nel montaggio un senso ritmico diverso dalla solita camera fissa. La struttura del film parte classicamente con il piwi, che dà maggior respiro, fino ad arrivare a questa camera “ubriaca” (…) che cerca di coinvolgerti il più possibile nella situazione. Abbiamo cercato di coniugare il film di genere anni ’80 con una struttura cinematografica (…) quasi “da videoclip”.

 Sentiamo le voci degli attori, come sono state le vostre esperienze?

Francesco Malcom: “Mi sono divertito tantissimo (…). Sul set mi sono ammalato, perché dovevo essere sempre a petto nudo. È stato divertente, si percepiva la passione (…), che tutti lavoravano non solo per il vile guadagno ma per divertirsi e creare un prodotto che potesse divertire”.

Virgilio Olivari: “Ho scritto il soggetto con Mario (Calamita ndr). L’intento non era di rivoluzionare il cinema di genere, ma visto che di solito negli zombi movie ci sono solo zombi, nei ghost movie solo fantasmi, o solo il serial killer intoccabile e vincente che ammazza tutti (…), mi sono detto: perché non cerchiamo di unire questi generi e farne una “frittata”? Vediamo se riusciamo a combinare questi elementi. Sono un appassionato di Saw e anche se non ho potuto inserire marchingegni di tortura e simili, un po’ di splatter, senza esagerare, ci stava bene. (…). Abbiamo giocato sul vedo-non vedo, che aiuta a collocare il film in paesi dove ancora c’è una censura molto forte. Anche “porno”, ad esempio, è una parola che colpisce, ma in realtà di porno qui c’è poco, non è un porno-horror, come qualcuno lo ha definito (…)”. E riguardo al clima che si respirava sul set precisa: “Ci siamo divertiti, ma c’è stato un grande impegno di tutti, abbiamo anche sofferto, per il freddo (…).

Paolo Ricci: “Il mio personaggio (il regista, Klaus Kinki ndr) contribuiva alla vena d’ironia e follia di cui si è parlato. L’esperienza è stata interessantissima, in un genere secondo me nuovo: un “thrillhorror”. Nonostante il low budget c’è stata una considerazione sia per il cast artistico che per il cast tecnico che non ho trovato neanche nelle grandi produzioni. Perciò ho sposato il film ancor più volentieri, per via del grande lato umano e professionale. Il gruppo è giovane e ha degli ottimi propositi per il futuro. Loro sono il futuro che, non dimentichiamolo, è multimediale, è la rete. La cosa giusta da fare è proprio quella che è stata fatta: aprirsi alla globalizzazione, pensare in grande (…).

La colonna sonora com’è nata?

 E. T.: “Con Claudio Simonetti mi sono trovato benissimo, è stato un acquisto a film già avvenuto. Quando si fa un film ci sono musiche che vengono ispirate dal film e musiche che fanno nascere il film. Il caso delle canzoni è il secondo: Pazi Mine, gruppo di Ferrara, (…) hanno composto dei pezzi che mi hanno fatto venire in mente il finale del film (…), come la bellissima musica degli Spiral 69, romani (…). Claudio Simonetti, che si è unito al gruppo, ha dimostrato grande disponibilità, nonostante la sua grande esperienza (…)”.

L’idea di unire porno e horror è anche un omaggio al cinema di Joe D’Amato?

V. O.: “Il set del film porno era la cornice ideale per ambientare la storia di un serial killer e di un traffico di organi, per via dei controlli cui gli attori sono sottoposti, che rivelano compatibilità dei potenziali donatori (…). Da lì ci siamo anche divertiti a creare situazioni, a giocare col porno (…)”

M. C.: “Spesso nel genere horror c’è un buon inizio, un bel finale, ma una parte centrale soporifera (…), mentre noi volevamo inserire al centro qualcosa che spezzasse il ritmo e rendesse piacevole la visione divertendo (…). Quello di utilizzare il porno, di ispirarsi a D’Amato come ad altri, è stato un gioco divertente (…) Non siamo entrati nel porno, ma abbiamo più che altro usato l’imbarazzo che crea la situazione in sé.

L’idea di rinnovare anche per quanto riguarda le figure di zombi e fantasmi, presentati con la solita iconografia, non c’è stata?

M. C. “La nostra idea era proprio quella citazioni sta: con l’obiettivo di mescolare i generi, il fatto che ci fossero elementi riconoscibili per ogni genere era parte integrante del progetto. La novità non è nello stravolgere ciascun genere, ma nella mescolanza dei vari generi, che siano riconoscibili e chiari, altrimenti si perde il senso. È un’operazione da appassionati ad appassionati (…).

Com’è stato l’incontro con Uwe Boll, questo curioso personaggio, maestro nel far uscire i film in tutto il mondo?

E. T.: “Ci siamo incontrati la prima volta a Orvieto. (…) Boll come regista ha una sua estetica un po’ “pazza” (…). L’importante poi, in questo ambiente è fare, andare avanti coi progetti e far sì che se ne parli, e lui lo fa (…).

M. C.: “ Boll aveva già distribuito un film italiano: Eaters, con un piccolo budget (…). Me ne ha parlato David Bracci, il braccio destro di Stivaletti all’epoca del nostro film (…)”.

Al di là dell’horror, che in Italia va e si riesce a far uscire anche all’estero con buoni risultati, volete produrre anche altri generi. Non è una sfida eccessiva, vista la crisi e le difficoltà italiane riguardo agli altri film di genere?

M. C.: “Noi speriamo di vincerla e di riuscirci. Per quanto riguarda la crisi dei film di genere non horror, spesso è una questione di mode (…) Penso si possano esplorare altri generi, anche senza budget faraonici, con la sceneggiatura giusta (…). Abbiamo acquisito i diritti su un racconto dell’americano George R. R. Martin (…), famoso per Il trono di spade e la relativa saga (…). È un film di fantascienza, non puramente action, ma una storia interessantissima riguardo al rapporto con una cultura aliena (…). È una sfida allettante”.

Tagliavini, ci parli di questo montaggio così interessante.

E. T.: “Il montatore è Lorenzo Loi (…). Avevo lavorato con lui ad alcuni corti. Poi l’ho proposto a Mario e Virgilio (…). Ogni montaggio nasce da un découpage di regia. Arrivo al montaggio con una programmazione ritmica delle scene. Sulla carta si era pensato di iniziare con uno stile più classico: carrelli, per poi proseguire facendo “impazzire” la camera, con lo spallaccio, fino alle ultime scene con la camera  a mano. Abbiamo optato per la Canon 7D, perché era di buona qualità e consentiva di averne due, stando nel budget. Se avessimo girato con una sola camera non avremmo potuto dare la ricchezza che siamo riusciti a dare, non saremmo riusciti a gestire dodici attori in scena in contemporanea. Io tenevo una camera, Marina (Kissopoulos, direttrice della fotografia ndr) teneva l’altra. Io restavo con lo stesso focus sull’attore per diversi ciack, mentre Marina ogni due ciack cambiava il suo punto d’osservazione. Così da avere la costanza che ci permetteva di seguire il filo della narrazione da una parte, e dall’altra invece portare ritmo e velocità, dare vitalità alla storia”.

M. C.: “Abbiamo puntato sul montaggio, lavorandoci seriamente. Mi spaventava soprattutto la “camera ubriaca” della seconda parte, era difficile da gestire. Io ho fatto la parte del cattivo, ma così facendo abbiamo ottenuto, credo, buoni risultati (…). Sono stato severo: inizialmente bocciavo tutti i possibili montaggi che mi presentavano, spingendoli a fare meglio, e così hanno fatto. (…)”

Paolo Ricci: quale metodo hai usato per interpretare il tuo personaggio e la sua follia?

P.R: “Ciò che amo fare sul set è una completa collaborazione con tutti (…). Avevamo cominciato a pensare il personaggio in sceneggiatura. (…) Io, sceneggiatori, regista, costumista e actor coach abbiamo creato una progressione sia nel testo, sia nella recitazione, sia nei costumi. Con Edo e con la costumista abbiamo concordato una sorta di “snocciolamento”: il personaggio che all’inizio appare molto composto, chiuso, intimistico, si libera di determinati elementi, fino ad arrivare al nocciolo della sua follia interiore. (…) E’ stata un’implosione al rovescio (…).