Michel Ocelot

Ospite d’onore e vincitore del Premio alla Carriera al Cartoons on the Bay 2019, Michel Ocelot ha presentato al festival dedicato all’animazione che si svolge a Torino il suo ultimo lungometraggio, Dilili a Parigi, una storia che racconta in maniera pura e originale la violenza sulle donne, filtrata dallo sguardo della giovane protagonista, Dililì, una bambina metà kanaki e metà francese che vive nella Parigi della Belle Époque.

Al regista abbiamo chiesto come mai ha scelto di raccontare di una setta maschilista che tenta di sottomettere le donne, un argomento che è estremamente attuale.

“È la cosa di cui si deve parlare oggi e sempre – ha risposto Ocelot – Il numero di donne e bambine uccise solo perché donne è superiore rispetto al numero di morti che fa una guerra. Questo accade in tutti i paesi, ed è un argomento che era necessario trattare.”

È la prima volta che ambienta un film a Parigi. Il tema è collegato alla storia della città e della Francia?

“Non ha nulla a che vedere con l’attualità, ma ho scelto la Belle Époque per diverse ragioni. Ho sempre cercato di raccontare luoghi interessanti in tutto il pianeta e alla fine ho scelto anche Parigi, dove vivo, e ho scelto la Belle Époque. Quello che mi piace di quest’epoca sono i vestiti delle donne! Per far sognare le persone ci vogliono gli abiti lunghi, immaginate Sarah Bernhardt con i pantaloncini!”

Ride divertito, il regista di Kirikù e la strega Karabà, ma poi approfondisce: “Oltre alle ragioni superficiali, ho capito che era quella che mi serviva perché mostra gli orrori peggiori commessi dall’uomo ma anche l’antidoto ad essi: la civiltà. In particolare, la civiltà occidentale che ritengo sia la migliore, fino ad oggi. Per Parigi, i primi 20 anni del ‘900 sono eccezionali e mi hanno dato l’opportunità di mostrarvi donne e uomini eccezionali che hanno fatto grandi cose per l’umanità, senza avere il bisogno di sopraffare gli altri. Perciò non è un ritratto utopico, ma storico. Ritengo che la cultura occidentale sia la migliore perché è aperta ad altri. Da quello che so, alla Sorbona la cattedra di arabo ed ebraico esiste dal quindicesimo secolo, Le mille e una notte sono stati scoperti da un professore francese di arabo, che aveva tradotto prima il Corano, e poi ha tradotto le famose fiabe orientali. Non tutte le civiltà sono in grado di aprirsi allo stesso modo. In questo risiede la grandezza di questa civiltà.”

Oggi abbiamo ancora questo fervore culturale, questo ‘antidoto’?

“La maggior parte di queste persone, all’epoca in cui ho ambientato il film, erano sconosciute. Lo stesso Picasso, il più importante pittore del ‘900, era ancora uno sconosciuto all’epoca. Venne scoperto da una donna americana che intuì il suo talento, e acquistò i suoi quadri.”

La scelta di una protagonista bambina e straniera offre la chiave di lettura del film: la realtà va scoperta con un doppio grado di stupore?

“Più che al buon selvaggio di Rousseau, preferisco pensare a Voltaire e a uno sguardo innocente che scopre la nostra realtà. E poiché volevo parlare in difesa di donne e ragazze, la protagonista non poteva che essere una donna!”