Il regista Paolo Genovese, assieme a gran parte del cast, al produttore Marco Belardi e a Giampaolo Letta di Medusa che distribuisce il film, ha incontrato la stampa per presentare la sua ultima fatica, Una famiglia perfetta, commedia di ambientazione natalizia, ma lontana dai “cinepanettoni” e più vicina all’ironia corrosiva della commedia all’italiana, in uscita anticipata il 29 novembre (anziché il 3 gennaio) in 430 copie circa. Interprete principale Sergio Castellitto (Leone), un uomo ricco e solo, che decide di reclutare una compagnia di attori che recitino la parte della sua “famiglia perfetta” il giorno di Natale.

Nel raccontare la genesi del progetto, nato una decina d’anni fa, Paolo Genovese ricorda come il punto di partenza fu il remake di un film spagnolo affidato a lui e a Luca Miniero (qui coautore del soggetto), che poi però fu accantonato, conservando solo lo spunto della famiglia presa in affitto. Particolarmente interessante, dice il regista, era “l’idea di raccontare qualcosa attraverso la sua rappresentazione”. Dunque si è pensato di “costruire questa storia familiare dove il tema centrale era quello dell’ineluttabilità delle scelte. Arriva il momento nella vita in cui si fanno i conti con le scelte importanti fatte, come nel caso di Leone. (…) Cerchi di capire se hai fatto bene ad andare da una parte o dall’altra. Per capirlo lui inscena questa rappresentazione”, e ci tiene a sottolineare come fin dall’inizio Sergio Castellitto fosse parte del progetto: “Dieci anni fa c’era Sergio e dieci anni dopo c’è ancora Sergio, forse era destino che lo facesse lui.

Perché, Castellitto, ha creduto in questo film per tanto tempo?

Sergio Castellitto: “Innanzitutto, l’idea è geniale (…). Paolo è un autore capace di fare la vera commedia, che si differenzia dal film comico, che è puro esercizio ginnico di comicità, nel saper raccontare con sapienza temi seri con leggerezza, ironia e garbo”. Per quel che riguarda il suo personaggio, ciò che lo ha spinto, è stata “L’idea di fare un affettuoso cattivo, un uomo che si definisce solitario e che in realtà è solo, il tema è la solitudine, tema serissimo raccontato con disincantato sberleffo”, infine, “la fortuna di lavorare con un gruppo di attori che testimonia che il cinema italiano ha un ventaglio di talenti straordinari”. Attori che qui, afferma, “sono delle maschere nel senso più bello, italiano, più nobile, perché la commedia italiana è fatta di maschere”.

Il film è una commedia drammatica, alla fine tutti cadiamo nella trappola di Leone/Castellitto. Anche noi spettatori ci domandiamo come sarebbe stata la vita se avessimo fatto altro. Quanto era importante quest’elemento?

S. C.: “L’idea che mi piaceva è la domanda che alla fine ci si pone: come sarebbe la vita senza il Natale? Se noi togliessimo il Natale dalla nostra esistenza come per gioco, cosa accadrebbe nella nostra vita? Avremmo un’occasione in meno per tentare di amarci, perché il Natale è questo affettuoso, straordinario, divertente, patetico tentativo di volerci bene”.

Francesca Neri, come si è trovata ad essere l’unico personaggio estraneo alla compagnia?

Francesca Neri: “Già nella sceneggiatura (…) tutto funzionava, c’erano tutte le sfumature che avete trovato nel film: dalla commedia all’amarezza (…). Il che è molto importante e raro. Il mio personaggio era effettivamente difficile da immaginare: essendo l’unico vero rispetto a una famiglia che finge, c’era la difficoltà d’inserimento”. E dice di aver utilizzato un certo senso di “frustrazione” provato rispetto all’inserimento nel gruppo, che di fatto era diventato una famiglia: “Ho usato questa frustrazione per creare le situazioni più comiche. Poi mi sono fidata di Paolo, perché era difficile trovare il tono giusto, non esagerare. È bello potersi affidare a un regista che sa ciò che vuole.

Claudia Gerini e Marco Giallini, come giudicate i vostri due personaggi? Cosa vi ha intrigato di loro?

Marco Giallini definisce così il suo Fortunato, capocomico della compagnia e marito nella vita di Carmen/Gerini: “Il mio personaggio è cornuto”, e su questo inizia una scherzosa disputa coi colleghi Castellitto e Gerini, “un bel cornuto pieno di sentimenti, anche attento ai soldi, e che deve fare i conti con le proprie emozioni e affetti”. Ricorda poi come fin dalla prima lettura, la sceneggiatura gli abbia ricordato Enrico IV, cui è particolarmente legato perché “quando avevo sedici anni, sono stato preso di forza per andare a teatro a vedere Enrico IV con Romolo Valli all’Eliseo”, e da lì è nata in lui l’idea di fare l’attore.

Claudia Gerini: “Il personaggio è un’attrice che non vive un momento di grande successo” e dunque accetta la sfida d’interpretare la moglie di Leone, mentre nella realtà è moglie di Fortunato: “La cosa affascinante di questo personaggio era il doppio registro

Il film è una dichiarazione d’amore verso la professione dell’attore, e Genovese come regista ama i suoi attori?

P. G.: “Mai come in questo film, dopo averlo finito mi sono un po’ spaventato d’averlo fatto perché mi sono reso conto di quanto questa sceneggiatura senza questi attori poteva non riuscire. (…) Alcuni film, bene o male, riescono comunque, hanno una struttura dove la parte attoriale è  importante, ma non fondamentale. Io dopo aver fatto il film ho capito quanto invece qui fosse fondamentale la parte attoriale, non me ne ero reso conto così a fondo”. E aggiunge che, essendo questo un film ricco di sfumature, “quando ti rendi conto che gli attori stanno dando vita a dei personaggi così complessi, non puoi non amarli”.

C. G.: “Ho capito che c’è un affetto e un trasporto da parte di Paolo per tutti noi”, un vero e proprio “piacere di stare insieme”.

 Carolina Crescentini: “E’ un regista che studia non solo le inquadrature, come accade spesso sui set. Lui studiava con noi le scene e ci guidava. (…) Questo ti fa sentire curata e al sicuro, oltre al fatto che ci si diverte”.

Anche Ilaria Occhini definisce ottima l’esperienza con Genovese, sottolinea come in questo lavoro del regista ci sia in fondo “molto teatro, è nella struttura che c’è la conoscenza teatrale”, anche se “questo è puro cinema”. E sul suo ruolo precisa: “Del personaggio mi piaceva il fatto che per questa donna sola, che fa ruoli non eccezionali, l’idea di essere la nonna in questa bella famiglia è una gioia estrema, è molto felice di rappresentare”. E, se occorre, anche di “inventare un dramma per aiutare il suo capocomico in difficoltà”.

Eugenia Costantini sottolinea, accanto al lato ironico della pellicola, quello sentimentale: “Vedendo il film ho scoperto il suo lato sentimentale, che commuove, fa pensare alle relazioni, forse proprio perché l’ha fatto con molto amore”.

Eugenio Franceschini: “Temevo di rimanere un po’ schiacciato accanto a tutti loro. Avevo un po’ di timore, essendo nuovo. Invece Paolo mi ha dato la stessa attenzione che dava agli altri, una leggerezza che mi dava sicurezza. Questo mi ha aiutato”.

Avete avuto riferimenti presenti per questo film, che ricorda un certo tipo di commedia all’italiana, ad esempio Scola?

P. G.: “Sono molto lusingato dai paragoni, ma il processo di scrittura è molto più semplice. (…) Ci nutriamo di cinema e teatro, che ci rimangono dentro, ma in fase di scrittura sei lì che cerchi di far funzionare la storia, di emozionarti e divertirti. I riferimenti diretti non si fanno mai, tranne se ci sono citazioni. (…) Quando il film è finito, nel complesso è frutto di tutta la tua esperienza, quindi probabilmente anche di Pirandello o Enrico IV, ma non in modo cosciente”.

Scegli attori per fargli fare altro rispetto al loro “solito”, qui, ti sei spinto oltre unendo anche diversi generi

P.G.: “Il mestiere dell’attore è questo, cioè essere altro rispetto a sé stessi. (…) E’ sempre stimolante, questo mestiere si fa per quello. Qui è stato più facile giocare perché ciascuno ha fatto doppi ruoli, con doppie sfaccettature”.

A chi domanda se il film teme la concorrenza delle altre uscite natalizie, Giampaolo Letta risponde che, essendo stato ultimato prima del previsto, è sembrato “più opportuno anticiparlo, visto che poi usciranno altri film, come I due soliti idioti”, “Temiamo sempre la concorrenza. Il pubblico è selettivo, è diventato molto più difficile proporre qualcosa che ottenga una forte risposta da parte del pubblico. (…) Occorre una motivazione forte per portare la gente al cinema, perché sta diventando sempre più difficile”, anche se, dice, a Medusa sta andando bene, ad esempio con l’ottimo risultato di Venuto al mondo.