28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, recensione: la saga continua e si prepara al gran finale

Il film, diretto da Nia DaCosta, arriva nelle sale italiane a un anno di distanza da 28 anni dopo di Danny Boyle.

329

Un anno fa Danny Boyle aveva svelato l’intenzione di dirigere la terza parte della trilogia inaugurata nel 2025 con 28 anni dopo se il pubblico avesse apprezzato il secondo film. E con un sequel come il 28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa prodotto da Sony Pictures – e distribuito da Eagle Pictures a partire dal 15 gennaio – forse potremmo iniziare a preparare i pop corn. La prosecuzione delle avventure di Spike e degli inquietanti Jimmys, affidata a Nia DaCosta (Candyman, The Marvels, Hedda), infatti è un film capace di inserirsi con coerenza nel continuum temporale e narrativo creato dal geniale filmmaker britannico al quale dobbiamo Trainspotting, Sunshine, The Millionaire, 127 ore, Steve Jobs e Yesterday, oltre ovviamente al 28 giorni dopo del 2002 da cui tutto parte.

Ritorno al Tempio delle Ossa: quale avventura aspetta i protagonisti?

Sceneggiato, come gli altri, dal solito Alex Garland, il film si apre con il piccolo Spike (Alfie Williams) protagonista di uno scontro all’ultimo sangue – che potrebbe ricordare una storica scena di Arancia Meccanica – ma è un modo per entrare nel covo della gang guidata da Jimmy Crystal (Jack O’Connell) e iniziare a scoprirne i segreti e le deliranti ritualità in vista dei successivi sviluppi. Che inevitabilmente coinvolgono il dottor Kelson (Ralph Fiennes), impegnato a costruire una relazione sconvolgente, dalle conseguenze incredibili e potenzialmente capaci di cambiare il futuro destino del mondo. Ma nella Gran Bretagna post-apocalittica, devastata dal virus della rabbia, si continua a lottare per la sopravvivenza immediata, con gli infetti del colossale alpha Samson (Chi Lewis-Parry) da un lato e i crudeli e disumani Jimmys (Emma Laird, Ghazi Al Ruffai, Sam Locke, Maura Bird, Erin Kellyman e Robert Rhodes) dall’altro, in quello che appare come un incubo senza via di scampo.

C’è del marcio nel Regno Unito, ma funziona

Attesi come protagonisti di questo secondo capitolo, i seguaci del Sir Lord sir Jimmy Crystal vanno gradualmente rivelandosi come strumento, dei suoi deliri e insieme delle necessità del film, e della trilogia. Regalando, nel frattempo, momenti di sadismo e orrore inattesi in una storia del genere, funzionali anch’essi all’evoluzione di Spike, di nuovo personaggio chiave del Garland-Boyle pensiero e qui costretto a crescere e a ritrovare la propria umanità ‘per esclusione’, e forse per sopravvivere a una rassegnazione che suona tanto allegorica e che in qualche modo i due creatori mettono in scena sperando nell’intuito degli spettatori.

C’è come un gioco di prestigio nella costruzione affidata alla regista, che sceglie immagini spesso più convenzionali – che potrebbero comprensibilmente sconcertare il pubblico affascinato dal film precedente – ma riesce a restare fedele al mondo consegnatole, rinnovandolo senza stravolgerlo, rendendolo riconoscibile ma insieme permeandolo di tensioni e pericoli, e di una nuova speranza. Concendendosi forse una maggior libertà nelle parentesi più nostalgiche, lisergiche, astratte, dedicate al colossale Samson e alla scoperta di inusuali punti in comune tra lui e il dottore (altro vero personaggio chiave, di nuovo, anche lui), che scopriamo appassionato dei Duran Duran e ricco di una ironia più maligna del previsto.

Alla ricerca dell’umanità

Proprio il rapporto tra ‘Androclo’ Fiennes e Samson è uno dei punti più riusciti del film: un legame che (oltre ad offrire lo spunto per una frecciatina al complottismo di molti, a quanto pare sopravvissuto persino alla pandemia) oscilla tra approccio scientifico e bisogno emotivo, umano, tra controllo e utopia, un bisogno di fiducia nel quale traspare quello di umanità, anche a costo di rischiare ogni cosa. È qui che il film alterna brutalità efferata e inattese aperture sentimentali. Anche visivamente. Molto più che nella porzione dedicata ai Jimmys che, non proprio in grado di mostrare una caratterizzazione dalla parabola particolarmente ricca o arcuata, sembrano pensati per svolgere la funzione di leva narrativa, un innesco che possa rimettare in moto la storia e attivare un paio di linee destinate a svilupparsi nel prossimo capitolo.

28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa ci prepara a un doppio Gran Finale

Chissà che Boyle non abbia rivisto sé stesso nel dottor Kelson, soprattutto nella preparazione del doppio finale che chiude questo convergere di vicende e personaggi. In primis quello – spettacolare, avvincente e persino divertente – ospitato dal Tempio delle Ossa, che smette di essere una celebrazione della vita attraverso la morte e si trasforma nel suo contrario, stravolgendo la propria natura in nome di un bene supremo… non senza un pizzico della solita piacevole satira nei confronti della religione e della inevitabile percentuale di credulità insita nel concetto di fede, con lo scienziato ateo e razionalista a vestire i panni di una figura ‘cristologica’ nella speranza di donare una nuova vita al mondo e ai suoi improvvisati carnefici, come alle vittime di tanto orrore. Una disponibilità al sacrificio che chiude una porta, e ne socchiude un’altra. Dalla quale già si intravede la promessa apparizione di Cillian Murphy, insieme a Boyle produttore del film e – come annunciato da tempo – con lui nel prossimo Gran Finale.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa
4

Sommario

Capovolgendo l’approccio alla vita e la morte del (nuovo) primo capitolo, Il Tempio delle Ossa diventa un lungo e avvincente atto preparatorio per un doppio gran finale.