In una vita leggiamo tonnellate di libri, o almeno dovremmo farlo, soltanto per rimanere incagliati in storie e personaggi straordinari, capaci di portare la nostra mente altrove, di metterci in vesti altrui. Spesso però quelle stesse storie stampate ne hanno altre fra le righe, figlie della realtà: Genius ne racconta una a proposito di due uomini, a loro modo ugualmente geniali ma in modo diverso. Max Perkins è un editor della storica casa editrice Scribner’s Son, il suo lavoro è rendere delle opere informi, indefinite, in libri indimenticabili da ‘regalare’ ai lettori. Thomas Wolfe è invece uno scrittore sregolato, iperattivo, esuberante e un po’ folle, capace di redarre 5000 battute al giorno o consegnare bozze grezze di migliaia di pagine.

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Una mole di lavoro che in un’epoca senza computer ed elettronica significa scartabellare svariati chilogrammi di carta, riscrivere e ristampare tutte le diverse versioni, passare mesi con il capo chino e una matita rossa nella mano destra. Nulla che spaventi Max e Thomas, che anzi dedicano al lavoro più tempo del dovuto, tanto da farne un’ossessione: mentre costruiscono una splendida amicizia, rischiano di distruggere le loro rispettive famiglie, le loro vite al di fuori del lavoro. La passione e la determinazione portano però alla pubblicazione di opere classiche come Look Homeward, Angel e Of Time and the River, che Wolfe dedica rispettivamente alla moglie e allo stesso Max, colui che ha cambiato e plasmato la sua carriera (non a caso conosciuto come “l’editore dei geni”).

Realizzato in maniera molto accademica secondo la più conforme scuola americana, con un montaggio del racconto lineare e didascalico, molte voci off, immagini sovraimpresse e insistente musica dall’alto tasso emotivo, Genius naviga in un grande mare di mediocrità. Un peccato, soprattutto alla luce del suo sceneggiatore John Logan, scrittore di Skyfall. Si accontenta costantemente di osservare la linea dell’orizzonte senza mai scavalcarla, senza mai osare, lasciando fare al suo regista Michael Grandage e al suo importante cast il minimo indispensabile. È infatti quasi un peccato vedere attori del calibro di Colin Firth e Nicole Kidman tenuti al guinzaglio, al contrario di Jude Law totalmente a briglia sciolta, forse anche troppo sciolta. Nella direzione degli attori manca infatti un bilanciamento, se Firth è troppo spento, la Kidman tende a enfatizzare troppo, mentre Law esagera oltre ogni limite. Assistiamo comunque a una storia appassionante, interessante e intimamente umana. Come Max Perkins in fondo al viaggio, anche noi togliamo il cappello indossato sin dall’inizio, alla ricerca di una nuova storia in cui affondare.