call jane recensione
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Dopo aver sceneggiato una vibrante storia di emancipazione femminile grazie a Carol di Todd Haynes – con tanto di nomination all’Oscar per l’adattamento dal testo di Patricia HighsmithPhyllis Nagy è passata dietro la macchina da presa per raccontare la vicenda del Jane Collective, un movimento clandestino che nella Chicago di fine anni ‘60 aiutò più di 12.000 donne quando ancora l’aborto era illegale nella maggior parte degli Stati Uniti.

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La trama di Call Jane

Il punto di vista del racconto è quello di Joy (Elizabeth Banks), casalinga appartenente alla borghesia benestante che scopre di essere in pericolo di vita a causa della sua gravidanza. Quando si vede costretta a terminarla inizia a sbattere contro un sistema sanitario e legale il quale non concepisce l’aborto nemmeno in casi straordinari come questo. A Joy non resta che tentare per vie clandestine, venendo a contatto con un gruppo di donne che non soltanto l’aiuteranno nel suo doloroso processo ma cambieranno il suo modo di vedere le cose. 

Nel raccontare della potenza espressiva ed emozionale di Call Jane vogliamo partire dalla sua protagonista Elizabeth Banks, qui alla prova nettamente migliore della sua carriera. La compostezza con cui tratteggia il proprio personaggio è quella di un’attrice che ha raggiunto una maturità artistica sorprendente: nel linguaggio del corpo, nella parsimonia dell’espressione emotiva, nella dolcezza dello sguardo troviamo rappresentata una donna comune in possesso di una forza interiore tutt’altro che comune. La Banks misura la propria interpretazione calibrandola alla perfezione su quello che una sceneggiatura ottimamente sviluppata le concede.

Un ritratto femminile prezioso

Il risultato è un ritratto femminile prezioso, con un arco narrativo corposo e assolutamente non retorico, in quanto finalmente assistiamo alla crescita di una figura che matura una coscienza civile in maniera organica, attraverso un processo interiore messo in scena senza puntare alla retorica di epifanie preconfezionate o momenti di rottura. Se bisogna elogiare la Banks per la sua prova sottile eppure vibrante, il merito va anche attribuito al notevole script di Hayley Schore e Roshan Sethi e ovviamente alla Nagy, estremamente lucida nel non sottolineare in alcun modo il dramma umano tangibile non soltanto nella vicenda principale ma anche in molte delle backstory accennate.

Call Jane è un film che trova un equilibrio ammirevole tra forma e contenuto: il valore civile degli eventi e la forza morale dei personaggi vengono infatti trasposti in immagini di sobria eleganza dalla fotografia pastosa di Greta Zozula, capace di avvolgere i corpi e gli ambienti con luci morbide e soffuse. Il lungometraggio della Nagy è dunque prezioso non soltanto per ciò che racconta ma anche nel modo in cui lo fa, arrivando a un risultato il cui livello di coerenza raramente si riscontra in progetti di questo tipo.

Chiudiamo il nostro plauso a Call Jane tornando a scrivere del cast di attori, citando un cast di supporto che merita di essere citato poiché perfetto nell’assecondare il tono e lo scopo del film: da Sigourney Weaver a Chris Messina, da Kate Mara a John Magaro che partecipa con una sola, emozionante scena. Tutti hanno contribuito a fare di quest’opera un qualcosa di davvero emozionante da esperire. 

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