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Challengers: recensione del film di Luca Guadagnino con Zendaya

Il film, in sala dal 24 aprile, si divide tra ricercatezza estetica e grandi passioni, ma gli squilibri sono dietro l'angolo.

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Che gli imprevedibili intrecci a cui le relazioni danno vita siano un suo grande interesse Luca Guadagnino ce lo ricorda sin dalla prima immagine di Challengers: un’inquadratura dall’alto di un campo da tennis con le sue linee di demarcazione che si intersecano tra loro. Sulla volontà di indagare come le relazioni ci cambiano e cambiano i nostri percorsi di vita si concentra dunque anche questo suo nuovo lungometraggio, che arriva a due anni da Bones and All, con cui Guadagnino ha vinto il Leone d’argento alla regia alla Mostra del Cinema di Venezia.

Era quella un’opera a suo modo incentrata sulla natura famelica dell’amore, dove i personaggi erano posseduti da istinti primordiali difficili da dominare. Anche questo suo Challengers, scritto da Justin Kuritzkes, si muove a partire da simili considerazioni, esplorando tale argomento non attraverso il cannibalismo bensì il tennis, metafora qui del potere e delle dinamiche tra persone che si appoggiano, forse fin troppo, l’una all’altra. Un po’ come fa Luca Guadagnino, che si appoggia forse un po’ troppo ad una serie di manierismi ma riuscendo a costruire oltre questi un racconto con il suo innegabile mordente.

La trama di Challengers: game, set, match

Tashi Duncan (Zendaya) è un’ex prodigio del tennis diventata allenatrice: una forza della natura che non ammette errori, sia dentro che fuori dal campo. Ecco allora che la sua strategia per la redenzione del marito Art Donaldson (Mike Faist), fuoriclasse reduce da una serie di sconfitte, prende una piega sorprendente quando quest’ultimo deve affrontare sul campo l’oramai rovinato Patrick (Josh O’Connor), un tempo migliore amico di Art ed ex fidanzato di Tashi. Mentre il loro passato e il loro presente si scontrano e la tensione sale, Tashi si ritroverà a doversi chiedere quale è il prezzo della vittoria.

Challengers Zendaya
Zendaya è Tashi in CHALLENGERS. Photo Credit: Niko Tavernise © 2023 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.

L’arma a doppio taglio di Challengers

I “Challenger” sono eventi di livello inferiore nel mondo dei tornei di tennis professionistici. Gli “sfidanti” del titolo sono invece Art e Patrick, amici/nemici nel campo di gioco e nel cuore di Tashi, la cui intera porzione delle loro vite narrata nel film è una continua partita verso la conquista del primo premio. Ed è proprio così che Kuritzkes prima e Luca Guadagnino poi costruiscono il film, come fosse una vera e propria partita di tennis. Il racconto dei tre protagonisti si snoda nell’arco di 13 anni, dal 2006 al 2019, con lo spettatore che viene portato avanti e indietro nel corso di questo tempo proprio come fosse una pallina da tennis che passa da una parte all’altra del campo.

Questi salti temporali vengono però costruiti affinché siano strettamente correlati alla partita che si gioca nel presente, quasi orientando ciò che viene narrato in base a chi dei due sfidanti è in vantaggio o svantaggio. Ecco allora che questo dinamismo giova evidentemente al ritmo e all’atmosfera generale del racconto, sempre tesi al massimo, quasi a voler portare lo spettatore a rimanere senza fiato. Tra corse, urla, colpi di racchetta, sudore che scorre a fiumi, Guadagnino si riconferma un regista “carnale”, con un’attenzione al corpo che suscita sempre un certo fascino, che si apprezzi o meno il suo cinema.

Un modo di raccontare la loro storia, questo, che di certo la rende più attraente e coinvolgente di quanto sarebbe potuta risultare se privata di tale struttura. Perché, alla sua base, il racconto che Challengers offre non possiede degli elementi poi tanto distintivi o originali e può capitare in più momenti di avvertire un certo disinteresse nei confronti delle vicende dei protagonisti. Se a ciò si riesce a porre rimedio, è però grazie a questa struttura. Certo, una volta che questo meccanismo si svela nel suo funzionamento, perde anche un po’ del suo fascino e per certi versi rende anche più prevedibili determinate evoluzioni del racconto.

Challengers Josh O'Connor
Josh O’Connor è Patrick in CHALLENGERS.

A lungo andare e in particolare nella seconda metà del film, questa struttura sembra farsi troppo ripetitiva, finendo con l’inficiare proprio su quel ritmo che tanto accuratamente si era costruito. Ciò avviene anche nonostante la colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross (The Social Network, Soul) cerchi di dimostrare il contrario, intromettendosi quasi con prepotenza nelle inquadrature, come a volerci ricordare che anche una “semplice” discussione sentimentale può avere la natura feroce e competitiva di una partita di tennis. D’altronde viene più volte ribadito che i tre protagonisti – o meglio, Tashi, e per riflesso anche Art e Patrick – non sanno o non possono vivere d’altro.

Ma forse è proprio questa loro ossessione che ad un certo punto sembra porre lo spettatore dinanzi ad un quesito: “Mi seguirai fino all’ultima battuta?”. C’è chi accetterà il gioco, chi forse no e si estranierà dal resto del film. D’altronde, anche per via della struttura poc’anzi accennata, Challengers gioca continuamente con un’arma a doppio taglio. Talvolta mettendo a segno i propri colpi, talvolta rimanendone ferito esso stesso. Difficilmente lascia indifferenti, ma non sempre per i motivi che ci si aspettava o ci si augurava.

Un film di eccessi dove la sincerità è oscurata

Il principale problema di cui soffre Challengers, però, è l’abuso di quei manierismi di cui si accennava in apertura e che se anche rendono il film esteticamente gradevole all’occhio, poco o nulla aggiungono al cuore. Come già avvenuto in Chiamami col tuo nome, Luca Guadagnino non si risparmia nel dar vita ad una serie di eccessi – tra virtuosismi di vario genere con la macchina da presa, pov assurdi e uno smodato uso del rallenty – ma così facendo manca di dedicare spazio a territori più autentici e audaci. Ne consegue che le forti passioni provate dai protagonisti appaiono gridate ma non sentite. D’altronde, tutti e tre non fanno che mentire tanto agli altri quanto a sé stessi riguardo ciò che davvero desiderano.

Eppure la storia di questi tre giovani riesce in un modo o nell’altro a lasciare qualcosa al termine della visione. Sarà per le riflessioni che tutto sommato Challengers spinge a fare su di sé e le proprie amicizie, o sarà perché il modo in cui le relazioni cambiano nel tempo è un argomento dotato sempre di un certo fascino. Di certo anche l’interpretazione dei tre interpreti principali aiuta nello sviluppo di un certo legame, con O’Connor e Faist che spiccano però rispetto a Zendaya. Peccato solo che il loro racconto non sia stato affrontato con maggior sincerità. Bisogna pertanto scavare un po’ per trovare il cuore di questo film e non è detto che tutti siano disposti ad intraprendere questa ricerca.

Sommario

Con Challengers Luca Guadagnino torna a parlare di passioni dominanti e dipendenze sentimentali, ricorrendo ad un'abbondante dose di eccessi stilistici che inficiano sulla sincerità del racconto. Quest'ultimo trova la propria forza nei suoi interpreti principali e nelle modalità con cui si è scelto di narrare la storia, per quanto questa struttura possa talvolta rivelarsi un'arma a doppio taglio. Resta qualcosa al termine della visione, ma in questo qualcosa c'è anche la sensazione che sarebbe potuto rimanere molto di più.
Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è un giornalista pubblicista iscritto all'albo dal 2018. Da quello stesso anno è critico cinematografico per Cinefilos.it, frequentando i principali festival cinematografici nazionali e internazionali. Parallelamente al lavoro per il giornale, scrive saggi critici e approfondimenti sul cinema.

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