Dal 12 febbraio al cinema, La gioia si inserisce nel solco delicato e scivoloso dei film ispirati a fatti di cronaca nera, ma sceglie consapevolmente di allontanarsi dal meccanismo del racconto giudiziario o sensazionalistico. Liberamente ispirato alla vita della professoressa Gloria Rosboch, il film non punta a ricostruire una vicenda reale, ma a creare un clima emotivo: le attese, le illusioni, le dipendenze affettive e le manipolazioni quotidiane. Il punto di vista non è quello dell’indagine, ma dell’anima ferita.
Gioia, professoressa di francese interpretata da Valeria Golino, vive una vita apparentemente ordinaria e silenziosa: abita ancora con i genitori, non ha relazioni sentimentali, si muove in uno spazio domestico e mentale che sembra immobile. È una donna che ha imparato a desiderare poco, o meglio, a non permettersi di desiderare. L’incontro con Alessio Benedetti (Saul Nanni), giovane inquieto e ribelle, rompe questo equilibrio precario e apre una breccia che diventerà lentamente una voragine.

Due velocità, una stessa prigione
Il cuore tematico del film risiede nel rapporto tra Gioia e Alessio, costruito come l’incontro tra due solitudini opposte e, al tempo stesso, speculari. Gioia incarna la prigione di chi procede sempre troppo lentamente, di chi ha rinunciato a vivere pienamente per paura di affrontare la realtà. Alessio, al contrario, rappresenta la prigione di chi corre troppo veloce, di chi vive solo col corpo e i suoi impulsi, senza un vero centro emotivo. La sua esistenza è sospesa in un vuoto di libertà apparente, mentre Gioia è intrappolata in una “prigione dorata”: una casa accogliente, la madre che prepara la cena, il letto sempre pronto, ma un’esistenza che non le appartiene davvero. Alessio, invece, pur godendo di autonomia, non possiede un luogo sicuro in cui sentirsi protetto; la libertà diventa, paradossalmente, una forma di esilio emotivo.
Il film mostra con grande precisione come queste due velocità non si compensino, ma come si alimentino reciprocamente, generando una dinamica disfunzionale e dolorosa. Gioia proietta su Alessio la speranza di un riscatto, di un amore tardivo e di un risveglio emotivo, mentre Alessio vede in lei una presenza da sfruttare, un appiglio emotivo ed economico. Eppure, a tratti, sembra che tra loro possa nascere una vera reciprocità: è in quegli istanti, negli abbracci spontanei o nelle ripetizioni di francese, che il film sorprende lo spettatore, mostrando quanto fragile e al tempo stesso magnetica possa essere la connessione tra due mondi così distanti.
La gioia: il contesto familiare e la complicità silenziosa
Attorno a questa relazione si muove un mondo adulto che dovrebbe proteggere, ma che finisce invece per alimentare le mancanze, consapevolmente o meno. La madre di Alessio, Carla (Jasmine Trinca), è una figura ambigua: sospesa tra affetto e controllo, incapace di porre limiti concreti al figlio o di comprenderne davvero i turbamenti. Cosimo (Francesco Colella), amico di famiglia, completa questo triangolo inquietante, incarnando una complicità silenziosa che rende l’intero sistema ancora più soffocante e privo di rifugio per chi vi abita dentro.
Il film suggerisce con forza che il male non nasce mai nel vuoto, ma all’interno di relazioni disfunzionali che si autoalimentano. Nessuno è completamente innocente, nessuno completamente colpevole: ciò che emerge è un tessuto umano fragile, incapace di riconoscere l’abuso emotivo prima che sia troppo tardi.

Le interpretazioni: Golino e Nanni al centro
Valeria Golino offre una delle sue interpretazioni più intense e dolorose. La trasformazione fisica accompagna una metamorfosi interiore fatta di micro-espressioni, posture chiuse, sguardi che chiedono senza osare. Gioia è un personaggio costruito con enorme rispetto: mai ridicolizzata, mai giudicata, sempre osservata nella sua vulnerabilità. Memorabile la scena in cui ascolta Reality, celebre colonna sonora de Il tempo delle mele: un momento sospeso, quasi adolescenziale, che restituisce tutto il bisogno d’amore e di riconoscimento della protagonista.
Saul Nanni sorprende per la maturità con cui interpreta Alessio. Il suo personaggio non è un “mostro”, ma un giovane cinico, seduttivo, profondamente vuoto. La sua capacità di alternare fascino e crudeltà rende ancora più disturbante la dinamica della relazione, proprio perché credibile.
La sceneggiatura, vincitrice del Premio Franco Solinas 2021, nasce dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento – Un melò di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori. Questa origine teatrale si avverte nella centralità dei dialoghi, nei lunghi confronti a due, ma soprattutto nell’attenzione ai dettagli emotivi più che all’azione. La regia sceglie la sottrazione, evitando picchi melodrammatici e affidandosi a una messa in scena sobria, quasi trattenuta, che amplifica il senso di inevitabilità. Il film è stato presentato in concorso alle Giornate degli Autori, nell’ambito dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2025, distinguendosi come unico titolo italiano in gara.

Amore, menzogna, opportunismo
La gioia è un film che interroga lo spettatore su confini scomodi: dove finisce l’amore e inizia l’opportunismo? Quanto siamo disposti a credere alle bugie, pur di non affrontare la solitudine? Il titolo stesso assume un valore amaramente ironico: la gioia non è mai pienamente raggiunta, ma resta un miraggio, una promessa continuamente rimandata.
Tra occhi che piangono e bocche che mentono, tra stagioni della vita che si incontrano senza davvero comprendersi, il film costruisce un ritratto doloroso e necessario della fragilità umana. Non offre consolazione, né facili risposte. Ma lascia addosso un’inquietudine persistente, che è forse il suo risultato più onesto.
La gioia
Sommario
La gioia è un film intenso e struggente, con delle interpretazioni memorabili e una sceneggiatura raffinata. Non è solo cronaca, ma un vero e proprio ritratto delle fragilità umane.
