Falling - Storia di un padre recensione

Cosa spinge un attore che in circa 35 anni di carriera ha recitato in quasi sessanta film a debuttare infine alla regia? Nel caso di Viggo Mortensen, noto per la trilogia di Il Signore degli anelli, La promessa dell’assassino e Green Book, non poteva che essere un esigenza estremamente personale. È infatti stato in seguito alla scomparsa della madre che l’interprete ha iniziato a concepire quello che è poi diventato il suo primo film da regista: Falling – Storia di un padre. Scosso dalla scomparsa della genitrice, egli si è trovato a ripercorrere la propria storia famigliare, arrivando anche a capire meglio quel padre con cui ha avuto un difficile rapporto.

La storia di Falling parte proprio da qui, da John Peterson (interpretato dallo stesso Mortensen), il quale si trova a dover gestire il problematico padre Willis (Lance Henriksen). Affetto da demenza senile, l’anziano non può più vivere da solo nella sua fattoria e per questo viene portato a Los Angeles. Qui potrà stare più vicino alla famiglia del figlio, composta dal compagno Eric (Terry Chen) e dalla loro figlia adottiva Mónica (Gabby Velis). Ma si sa, il ritorno alla convivenza tra genitori e figli può essere complicato e riaccendere dolori del passato, come quello della scomparsa di Gwen (Hannah Gross), moglie di Willis e madre di John. Lo scontro tra i due sarà dunque inevitabile.

Falling, cadere negli abissi della memoria

Nel dar vita al suo film, Mortensen ci ha tenuto a precisare che solo alcuni eventi o spunti sono ispirati alla sua storia personale. Ciò che l’attore e regista ha voluto far emergere è infatti un ritratto famigliare che dal particolare si estende all’universale, in cui tutti possono riconoscersi. Ancor di più, però, non gli interessava dar vita ad un film ancorato a certi canoni narrativi, preferendo invece dotarsi della libertà di compiere un vero e proprio viaggio dentro la memoria. Falling vive di ampi salti temporali tra passato e presente, di eventi accaduti e a lungo dimenticati, di scelte sbagliate e rimpianti che tornano ora a far male.

Mentre si assiste ai tentativi di John di far integrare il padre nella sua nuova vita in città, lo spettatore viene dunque portato nella memoria di quest’ultimo, con la sensazione di non avere reali appigli a cui poter fare riferimento. Ciò che Willis pensa di aver detto o fatto è continuamente messo in discussione dalla demenza senile, problematica qui affrontata in modo tanto lucido quanto sincero. Sono proprio i momenti in cui la mente dell’anziano fa confusione con il suo vissuto ad essere tra i più affascinanti del film, manifestando tutta la fragilità di questo complesso personaggio.

Il ritratto famigliare che Mortensen costruisce appare dunque privo di ogni irrealistico abbellimento, ponendo in evidenza vizi e virtù di ognuno dei personaggi. Tutto ciò, insieme alla contrapposizione che si anima poi tra il mondo rurale di Willis e quello progressista di John, non può che ricordare il capolavoro giapponese Viaggio a Tokyo, di Yasujirō Ozu (non a caso indicato da Mortensen come una delle fonti di ispirazione per Falling). Durante i pranzi, le uscite di gruppo e altri momenti quotidiani, si animano i conflitti che danno forma ai rapporti tra i personaggi. Non tutti possono qui trovare risoluzione, lasciando quel sospeso che rende ancor più realistica la famiglia Peterson.

Falling - Storia di un padre Viggo Mortensen

Falling – Storia di un padre: la recensione del film

Il film di Mortensen si configura dunque come un delicato racconto che indaga quel complesso rapporto che è quello tra padre e figlio. La sua volontà di dedicarsi all’interiorità dei personaggi, lasciando che siano questi a guidare il racconto, porta Falling ad essere spesso e volentieri caotico come lo è la mente di Willis. Questo caos, che già di base potrebbe infastidire gli spettatori più abituati a tradizionali modalità di racconto, non manca di dar vita ad un equilibrio talvolta precario. Diversi sono i momenti in cui il desiderio di contemplazione rischia di far rallentare eccessivamente il ritmo, oppure determinate scene risultano ripetizioni superflue di altre già precedentemente viste.

Oltre ciò, però, il caos non è necessariamente negativo. Permette anzi al film di distinguersi e costruire un’atmosfera che è il vero cuore del tutto. Abbandonandosi a questa, prevale dunque la tenerezza di un figlio che si trova a gestire un padre che è ora più simile ad un bambino. Le immagini che scaturiscono dai loro ricordi non fanno che accentuare questo sentimento. Pur se messo a dura prova, questo rimane vivo sino alla fine del film, permettendo allo spettatore di vivere un percorso che non offre risposte certe, ma ribadisce la delicatezza con cui determinati rapporti devono essere gestiti, tanto per il presente quanto per il futuro.