Un giorno questo dolore ti sarà utile: recensione del film

Un giorno questo dolore ti sarà utile

Che vuol dire essere “normali”? È la domanda che ha ispirato la pellicola diretta da Roberto Faenza, presentata fuori concorso al Festival del Cinema di Roma: Un giorno questo dolore ti sarà utile. Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Cameron, ieri il film è stato proiettato per la stampa alla Casa del Cinema.

L’inglese Toby Regbo interpreta con disinvoltura James Sveck, 17enne solitario e anti-convenzionale che fatica a relazionarsi con la società newyorkese. Nella sua disperata ricerca di un’identità, non è certo aiutato dagli strambi parenti: la madre Marjorie (il premio Oscar Marcia Hay Garden) dirige una galleria in cui espone improbabili bidoni della spazzatura, collezionando un marito dopo l’altro (ha appena scaricato il numero 3 in luna di miele); il padre Paul (Peter Gallagher) è un vanesio avvocato che esce solo con 25enni e ricorre alle meraviglie della chirurgia estetica, e la sorella maggiore Gillian (la protagonista di True Blood), già pronta a scrivere le sue memorie, ha un rapporto con il passatello prof di semiotica. L’unica persona che si salva è la nonna Nanette (l’intramontabile Ellen Burstyn), che, nel suo rifiuto per le regole e gli standard della buona società, riesce a comprendere lo spaesato nipote.

Indifferente al richiamo della carriera e del successo, senza amici e refrattario all’Università (s’immagina artigiano), James è agli occhi altrui un “disadattato” – per questo i genitori lo spediscono da Rowena (Lucy Liu), “life coach” e terapeuta dai metodi poco ortodossi. Girato nell’arco di 6 settimane con un budget di 8 milioni di dollari, il film conduce una feroce satira nei confronti della upper-class americana, al contempo proponendo uno sguardo asciutto sui meccanismi d’emarginazione di chi ci appare “diverso”. Al centro, il ritratto di un adolescente sensibile, spiritoso, intelligente, colpevole di non volersi omologare a una mentalità e a ritmi quotidiani che gli stanno stretti. Lo sguardo sul mondo degli adulti, privi di speranza nel loro rincorrere stili di vita mainstream, è spietato.

Da segnalare la frecciatina ai luoghi comuni sul concetto di virilità implicita nella scena del pranzo padre-figlio: dopo che James ha ordinato una dietetica insalata, scatta la domanda “Sei gay?”. Ottima anche la sequenza dell’attacco di panico durante il ballo: dal punto di vista recitativo, ma anche per i movimenti della macchina da presa che, ondulatori e confusi, riproducono visivamente lo smarrimento interiore del protagonista. Faenza ci offre un film ironico, fresco, attento ai dettagli narrativi come agli attori di contorno – vedi Aubrey Plaza nei panni di Jeanine, giovane svampita che va a prendere James alla stazione di Limit, o la tornita Brooke Schloesser, irresistibile nel ruolo dell’americana patriottica ed iper-positiva. La voce limpida di Elisa (con Love is requited) affianca l’insicuro girovagare di James per le strade della metropoli.