Il processo ai Chicago 7

C’è uno strano senso di timore che investe il critico che si approccia ad analizzare l’opera di Aaron Sorkin. Tra le mani, lo sentiamo, lo sappiamo, abbiamo una reliquia preziosa, un’opera dotata di unicità, saldata dalla forza iconica delle parole e di un’alacrità che vive sulla scia di un talento più unico che raro. Ogni parola viene soppesata, calibrata, esaminata dal mirino di un telescopio verso cui ci pieghiamo, consci che nessun aggettivo potrà mai veramente consegnare la bellezza di quanto impresso prima su carta, poi su schermo, da Sorkin.

 

Da The West Wing, passando per The Newsroom, arrivando a The Social Network, questo sceneggiatore ha dimostrato negli anni la sua abilità da prestigiatore delle parole; il vero salto nel buio era estendere questo talento nel campo della regia. Un tentativo riuscito a metà con Molly’s Game, dove lo sguardo ancora acerbo del Sorkin regista non era ai livelli di quello del Sorkin sceneggiatore, e che proprio per questo ha ammantato di curiosità l’uscita del suo nuovo film, Il processo ai Chicago 7.

Ama Sorkin approcciarsi con i lasciti del passato, soprattutto quelli in cui l’umanità affronta le cadute nel baratro, tra incriminazioni, processi, e rivendicazioni personali. E così il gioco clandestino di Molly’s Game lascia spazio con Il processo ai Chicago 7 a rivolte soppresse con la forza, imbrogli e omertà da parte di istituzioni accecate di pregiudizio e ideali politici. Il risultato che ne consegue è quello di uno dei migliori film di questo 2020. Certo, la concorrenza è ridotta quasi a zero, complice i continui rinvii di titoli più o meno attesi dal grande pubblico, ma la sontuosità della sceneggiatura, l’adrenalina di un montaggio che vola tra passato, presente e futuro, e un cast incredibilmente in parte, regalano una gemma da custodire nella mente con delicatezza e rispetto.

Il processo ai Chicago 7, la trama

Chicago,1968. La guerra del Vietnam impazza continuando a mietere vittime innocenti quando, in occasione della convention del Partito Democratico, un gruppo di attivisti guida una manifestazione contro Nixon e la sua scelleratezza bellica. Lo scontro tra manifestanti, polizia e Guardia Nazionale, era prevedibile, ma ciò che non era stato previsto è un processo/farsa dal sapore chiaramente politico che segna una pagina nerissima (e molto nota) della recente storia americana. In un colpo solo il governo del neo-eletto presidente Nixon tenta di eliminare l’opposizione sradicando la controcultura di sinistra attraverso l’incriminazione dei suoi leader, accusati ingiustamente di cospirazione e incitamento alla sommossa.

Tutto il mondo è teatro, o un processo politico

Arduo il compito di scrivere una critica su un’opera come Il processo ai Chicago 7, perché se è facile parlare di film colmi di errori e cadute di stile, il discorso cambia quando hai davanti un’opera in cui ogni elemento è al suo posto e nessuna tessera in questo puzzle cinematografico perfettamente oliato è andata perduta. Ad aprire il sipario su un teatro della vita camuffato da processo non civile o penale, ma politico, è un prologo che vive della stessa furia di bottiglie infiammate lanciate contro le vetrate degli uffici di reclutamento americani. Quelli che corrono davanti gli occhi dello spettatore sono dieci minuti di puro godimento.

Un antipasto dal sapore esplosivo di una vera e propria bomba giocata sull’alternanza perfetta tra materiali di repertorio e girato filmico. È una giostra di immagini che non hanno paura di investire e colpire a un ritmo serratissimo gli occhi del proprio pubblico, iniettandoli di meraviglia, quella che introduce il film di Sorkin; un piccolo assaggio delle due ore successive, che non fanno altro che esaltare quanto il pubblico si appresterà ad assistere da lì a poco. Quando decidi di affrontare un film interamente fatto di dialoghi, devi dimostrarti davvero bravo con le parole, e Sorkin è un burattinaio del verbo. Il processo attorno a cui ruota l’intero intreccio poteva tramutarsi in corpo vestito di tedio e noia insofferente. Un battibecco continuo tra incoerenza e colpe celate, disseminate, scoperte. Sorkin prende ogni lembo di quel corpo per rivestirlo di ironia e con esso colpire a fondo lo spettatore, perché una volta dissipato il ricordo della risata, a risiedere in bocca è un sapore di bruciante amarezza per un’ingiustizia mai veramente scomparsa, ma perpetuamente in procinto di ritornare più cruenta di prima.

Il processo ai Chicago 7 film 2020L’aula del tribunale si sveste così del suo significato primario per rivelarsi nella sua anima più cruda, violenta. È un far west dove non ci sono pallottole a volare libere, ma parole, attacchi edulcorati dalla forza del black-humor, sparate con la forza del caustico umorismo. Le arringhe degli avvocati e il racconto dei testimoni chiamati alla sbarra, sono partite di tennis giocate tra il passato e il presente, dove la pallina è un barlume mnemonico lanciato con forza da una domanda, un suggerimento, pronto a catapultare lo spettatore tra i ricordi di un passato volto a colmare passaggi indispensabili alla comprensione totalizzante della storia.

I sette samurai del 1968

È un meccanismo perfettamente congegnato, Il processo ai Chicago 7. Uno sguardo sui pregiudizi di diritti sottratti, e sentenze manipolate sulla scia di ideali politici e favori personali. Ricalcando la struttura vertebrale su cui si sorregge The Social Network, Aaron Sorkin investe di umanità la propria opera, tramutandola in un saggio scritto con la forza dell’empatia e della mancanza di retorica. E se il cuore della pellicola batte tra le mura di un tribunale, a fare da arterie lungo cui lasciare scorrere il sangue delle rivendicazioni di diritti tanto personali, quanto universali, sono i corpi degli attori che compongono un cast corale a dir poco sbalorditivo. Senza interpreti perfettamente in parte, anche la sceneggiatura più fresca e impeccabile cadrebbe nell’ombra, ingoiata dal buio della superficialità. E invece ogni attore riesce a riportare qui in vita i propri personaggi, tra atteggiamenti deplorevoli, come quelli del giudice Julius Hoffman (un Frank Langella talmente in parte da risultare straordinariamente odioso) a stralci di onestà intellettuale e sensibilità sorprendenti (si pensi al Richard Schultz di Joseph Gordon Lewitt). A dominare sullo schermo questo gruppo assortito e coeso sono soprattutto i due yippies Abbie Hoffman e Jerry Rubin (rispettivamente Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong).

Un duo capace di dar vita a siparietti tanto comici quanto carichi di spunti di riflessioni. Strong e Baron Cohen sono micce pronte a far scattare il fuoco della rivolta a ritmo di risate, calamite attrattive che chiamano a sé lo sguardo degli spettatori, per poi canalizzarli verso il cuore dei loro comprimari, tra cui spiccano un Eddie Redmayne finalmente libero da smorfiette e mimiche facciali fin troppo marcate, un sempre e ingiustamente sottovalutato John Carroll Lynch e, soprattutto, del solito, carismatico Mark Rylance nei panni dell’avvocato William Kunstler. I corpi che si muovono, gli sguardi che infiammano gli spazi dell’aula di tribunale, la nebbia che avvolge i manifestanti durante le rivolte, o le vetrate di locali eleganti frantumate dal peso di ribelli lanciati dalla polizia, sono tante schegge di una giostra impazzita che lascia a bocca aperta lo spettatore, offrendo la stessa importanza mediatica rivestita più di cinquant’anni prima dagli eventi reali dei Chicago 7.

Riflettere il passato sullo specchio del presente

Flashback dai colori freddi, che lasciano spazio a un presente dalle tonalità calde che di rosso hanno solo il fuoco della passione che scorre inesorabile nelle vene di questi personaggi; un montaggio serratissimo, che passa con facilità (ma senza disorientare per questo il proprio pubblico) tra passato e presente, coinvolgendo ogni spettatore in questi salti temporali vertiginosi; una sceneggiatura che colpisce con la stessa forza dei manganelli sui corpi dei manifestanti, Il processo ai Chicago 7 è uno specchio del passato sul nostro presente. Non c’è nessun Narciso a rimanere colpito dal proprio riflesso, ma spettatori di tutto il mondo pronti a elevare ognuno di questi sette samurai del 1968 come modello di vita, attraverso cui rivendicare i propri diritti, sorvolando pregiudizi atti a infangare e accecare anche chi dovrebbe difenderci, tramutandosi da difensore a boia, da vittima a carnefice.

Perché gli anni passano, ma il sangue che copre le manifestazioni civili, e i bavagli che tentano di soffocare le voci di coloro che si sostituiscono a chi voce non ne ha, si ritrova un po’ di 1968 in questo 2020.  Ed è dunque nell’America di ieri che si può raccontare al meglio l’America di oggi. E non c’era penna migliore di quella di Aaron Sorkin per creare, pezzo dopo pezzo, questo specchio meraviglioso, bramoso di passione, uguaglianza, democrazia.

The World is watching” si sente urlare nel corso dell’opera. E il mondo continua a guardare questo processo rivedendo se stesso, qui raccontato da Sorkin nel suo spirito più profondo e con semplicità, dimostrando quanto la doppia faccia dell’America continui a sopravvivere, alimentata dal fuoco delle ribellioni, dell’odio, di un potere che supera il raziocinio, di una vittoria che sa di sconfitta, e viceversa.