infinite recensione

Infinite è un thriller fantascientifico troppo confusionario. Il regista Antoine Fuqua (King Arthur, The Equalizer) adatta per il grande schermo un romanzo del 2009 (The Reincarnationist Papers scritto da D. Eric Maikranz), raccontando di un mondo in cui esistono gli Infiniti, persone in grado di reincarnarsi. Costretti alla vita eterna, alcuni di questi soggetti tentano disperatamente di porre fine alla maledizione di cui si sentono vittime, lottando tra ricordi, traumi e speranze. La trama contorta, i dialoghi mai troppo comunicativi e la debole ironia non rendono giustizia al potenziale della storia alla base di Infinite.

 
 

Infinite: una trama annodata su se stessa

Il film si apre con un inseguimento a Città del Messico. Anno 1985: un uomo, che poi scopriremo essere Heinrich Treadway (Dylan O’Brien) salta da un ponte su una gru per sfuggire alle autorità e a un altro uomo. Nella sequenza successiva, siamo nel 2020, Evan McCauley (Mark Wahlberg), è in cerca di lavoro, ma per la sua schizofrenia non riesce a trovarlo. Dopo un inseguimento con il gangster che gli fornisce le pasticche necessarie per alleviare il suo disturbo, McCauley viene arrestato. In prigione, non viene però interrogato dalla polizia. L’incontro con un certo Bathurst (Chiwetel Ejiofor) gli apre un mondo. Infatti, la percezione di essere più persone in un unico corpo, ciò che ai medici è parso schizofrenia, in realtà è dovuto ad altro. Evan è un Infinito, un’anima in grado non solo di reincarnarsi per migliaia di anni, ma anche di ricordare la propria vita passata. Gli Infiniti iniziano a ricordare le cose quando sono giovani e, arrivati alla pubertà, hanno ricordato tutto. Ecco perché, in adolescenza, a Evan è stata diagnosticata la schizofrenia.

Al mondo esistono 500 Infiniti, divisi in due fazioni. I Credenti vedono il ricordo come un talento e un dono che può rendere il mondo migliore, mentre i Nichilisti lo percepiscono come una maledizione che li costringerà a vedere l’autodistruzione dell’umanità. I Nichilisti, guidati da Bathurst, vogliono porre fine al mondo e tentano in ogni modo di sbloccare i ricordi di Evan: nella sua vita precedente, McCauley è stato Treadway, l’uomo che ha nascosto l’Uovo, lo strumento necessario per distruggere il mondo. Inizia così una lotta all’ultimo sangue tra le due fazioni per impossessarsi dell’Uovo, con pressioni psicologiche, macchine infernali e arme iper-tecnologiche.

Infinite è un film di soli effetti speciali?

Dal primo inseguimento alle scene di combattimento, Infinite riempie gli occhi dello spettatore con immagini costruite perfettamente. Sembrano reali, anche se viste dallo schermo del proprio portatile. Gli effetti speciali sono una parte essenziale del film, non solo per la costruzione delle immagini, ma per l’intera trama. I props, dalle armi alle auto e alle macchine nella sede degli Infiniti, aggiungono fascino al mondo fantascientifico creato da Fuqua. I costumi e le ambientazioni, tra strumenti ipertecnologici e stile classico inglese, aggiungono un tratto distintivo al film. La peculiarissima attenzione prestata ai dettagli visivi è sicuramente un punto a favore per Infinite. Ma non è sufficiente per poter apprezzare completamente il film, comunque carente sotto altri aspetti.

Dialoghi fragili per una trama troppo confusa

L’intreccio di presente e passato, la pluralità di personaggi che ne consegue, gli antagonismi fanno sì che la trama di Infinite sia stratificata e complessa da comprendere senza spiegazioni da parte dei personaggi. I dialoghi purtroppo non riescono a stare al passo con il ritmo della storia: si passa dai lunghi silenzi durante gli scontri e gli inseguimenti, a conversazioni a più voci in cui raffiche di parole e spiegazioni non chiariscono mai completamente il senso di cosa sta accadendo. L’inserimento di poche e scarne battute ironiche non aggiunge altro se non confusione al calderone di parole. In questo modo, si arriva alla fine con ancora qualche perplessità sul cosa e il perché di alcune parti del film.

Un cast eccellente, ma depotenziato

Gli attori coinvolti in Infinite sono volti noti. Da Mark Wahlberg (The Departed, Daddy’s Home) e Chiwetel Eijofor (12 anni schiavo, Doctor Strange) a Dylan O’Brien (Maze Runner, Teen Wolf) e Sophie Cookson (Kingsman), il cast poteva alzare il livello generale del film, ma non c’è riuscito fino in fondo. L’espressività dei personaggi principali risulta spesso forzata e costruita, mentre l’emotività non viene trasmessa come dovrebbe.

In conclusione, Infinite non conquista. Oggi serve qualcosa che vada al di là del gioco con gli effetti speciali, dei virtuosismi con le immagini per fare un grande film di fantascienza.