LA CHIAVE DI SARA

Approderà nelle nostre sale il 13 gennaio, La chiave di Sara (Elle s’appelait Sarah), film diretto da Gilles Paquet-Brenner ed interpretato da Kristin Scott Thomas. La pellicola ripercorre la storia di Julia Jarmond, giornalista americana che vive in Francia da 20 anni e sta facendo un’inchiesta sui dolorosi fatti del Velodromo D’inverno, il luogo in cui vennero concentrati migliaia di ebrei parigini prima di essere deportati nei campi di concentramento.

Lavorando alla ricostruzione degli avvenimenti Sara si imbatte in una donna che aveva 10 anni nel luglio del 1942, e ciò che per Julia era solo materiale per un articolo, diventa una questione personale, qualcosa che potrebbe essere legato ad un mistero della sua famiglia. A 60 anni di distanza è possibile che due destini si incrocino portando alla luce un segreto che sconvolgerà per sempre la vita di Julia e dei suoi cari?

A volte una verità che appartiene al passato comporta un prezzo da pagare nel presente… è una delle frasi che recita nel film il personaggio interpretato con grande bravura ed eleganza da Kristin Scott Thomas, che con una performance attoriale perfetta conduce per mano lo spettatore nelle ombre di uno dei momenti più oscuri della storia contemporanea francese.

La chiave di Sara, un film che guarda al passato senza remore

Il pregio più grande di La chiave di Sara è forse la capacità di guardarsi indietro senza remore, in maniera lucida e schietta, con l’intento di riscrivere la storia così com’è avvenuta, senza la presunzione di giudicare ma con il semplice  obiettivo di raccontare la verità, violenta e tragica che sia. Ne viene fuori un sorprendete ritratto di una Francia in mano ai tedeschi e in completa devozione a Hitler, mentre tutto il resto della popolazione semplicemente cerca di sopravvivere, molto spesso chiudendo un occhio e forse due.

Dietro La chiave di Sara c’è una regia che racconta attraverso un continuo alternarsi tra flashback e flashforward le vicende delle due protagoniste in maniera quasi sempre efficace. Forse la seconda parte del film viene eccessivamente oberata da una carica emotiva che in qualche modo condiziona la lucidità del racconto ma è altrettanto vero che è quasi inevitabile dover fare i conti con un presente che non è altro che il prodotto del nostro passato. Quindi si può perdonare una seconda parte un po’ scontata e non altrettanto sorprendete come la prima.

Tutto sommato però questo non limita la pellicola che riesce nell’intento di raccontare una storia ancora oggi avvolta in un velo di assordante silenzio. Guardarsi indietro con coraggio è sinonimo di crescita e maturità che la cinematografia francese sembra possedere, come quella americana, al contrario della nostra che è ben lungi dall’essere lucida, schietta e matura.