Ritardi dovuti alla pandemia globale che ha paralizzato l’industria cinematografica per oltre un anno, hanno portato all’approdo del film La donna alla finestra su Netflix. Il film, infatti, doveva essere distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi e italiane un anno fa, ma a causa della pandemia l’uscita è stata rimandata al 14 maggio 2021 sulla piattaforma statunitense, che ha acquisito i diritti da 20th Century Studios.

Partendo da queste premesse, quindi, la storia di una donna che non lascia la sua casa per 10 mesi e pensa di essere testimone di un omicidio dall’altra parte della strada si pone come  “La finestra sul cortile” dell’era COVID. Tuttavia, nonostante un impianto registico interessante, qualche scambio di battute interessanti e alcuni momenti attoriali forti guidati da Amy Adams, La donna alla finestra alla fine non riesce a dare forma al suo potenziale abbondante.

Un plot derivativo privo di reale sostanza

Il regista Joe Wright (“Espiazione“, “Orgoglio e pregiudizio“) dà vita a molteplici delle sue virtuose intuizioni registiche, rendendo il palazzo di Manhattan in cui vive il personaggio di Amy Adams al tempo stesso rifugio e claustrofobico. Il talentuoso direttore della fotografia Bruno Delbonnel (A proposito di Davis, Una lunga domenica di passioni) illumina le stanze della sua casa di rosa sgargianti e blu gelido, riflettendo sia il disturbo psicologico che la sua solitudine. E la sempre brillante sceneggiatrice e co-protagonista Tracy Letts, nell’adattare A.J. Il romanzo bestseller di Finn del 2018, stabilisce un tono vivace con alcuni scambi di dialogo brillanti, che riescono a mantenere intatto il senso dell’umorismo di Anna Fox, nonostante la sua depressione e agorafobia.

Anna è una psicologa newyorchese a cui è stata diagnostica l’agorafabia, ragion per cui vive pressoché confinata in casa, riempiendo le sue giornate con film classici e una “dieta” poco indicata che mischia psicofarmaci e vino rosso. La miscela di sostanze da cui è dipendente e l’isolamento fisico e mentale rendono la sua prospettiva inaffidabile fin dall’inizio; non sarebbero servite ulteriori dimostrazioni di ciò come un montaggio vorticoso e senza soluzione di continuità, e gli intertitoli indicano il passare dei giorni della settimana.

Dimmi di uscire“, implora in una delle numerose telefonate con il suo ex marito (Anthony Mackie), che è anche il padre della sua bambina e il coro greco del film. Risponde pazientemente: “Perché non rendere oggi il giorno in cui esci?” , eppure Anna non riesce mai a compiere il salto ed è  invece Letts, il suo terapista, a venire sempre da lei. Il ritmo delle loro sessioni e la ripetizione di certe frasi, insieme al luogo solitario, fanno di questi primi momenti di La donna alla finestra un interessante gioco cinematografico, con premesse potenzialmente affascinanti: Adams rivela l’instabilità del suo personaggio attraverso tremiti di panico e risatine maniacali, con una saggezza sostanziale di fondo: esattamente il tipo di tecnica perfezionata che ci aspettiamo dalla sua eclettica carriera.

La donna alla finestra

La donna alla finestra: un cast stellare impotente e sprecato

Ma c’è un pericolo ancora più pressante all’orizzonte, come prefigurato dal bicchiere di vino che cade a terra in frantumi: Anna cerca di tamponare il liquido rosso con un pezzo di carta straccia, creando visivamente un gioco di sfumature cromatiche come prefigurazione del sangue che macchierà l’appartamento di fronte alla sua casa. La famiglia Russell si è trasferita infatti all’altra parte della strada e Anna ha osservato ogni loro movimento con molta attenzione dal suo rifugio (uno scatto particolarmente sorprendente vede l’ombra di una tenda di pizzo distesa sul lato sinistro del suo viso alla luce della lampada; Wright e Delbonnel si sono difatti certamente divertiti con i tocchi visivi noir del film).

Riesco a vedere la tua casa dalla mia stanza“, dice Ethan (Fred Hechinger), il figlio adolescente e fanciullesco dei Russells, la prima volta che va a trovarla. Sembra abbastanza innocuo, ma poco dopo, sua madre, Jane, si presenta e fornisce ulteriori informazioni, piuttosto inquietanti, sulla famiglia. Julianne Moore la interpreta come una bionda petardo: effervescente e coinvolgente, divertente e sorprendentemente sincera, è proprio la scintilla di cui Anna ha bisogno. “Oh, sei una strizzacervelli? Questa è una svolta! ” ride mentre chiacchierano tra sorsi di brandy e vino. È così favolosa, quanto basta per farci chiedere se sia reale – o se sia soltanto Anna ad immaginarsi la sua figura, quando giura di vedere il marito di Jane che la accoltella a morte nella loro cucina.

Le cose si fanno ancora più confuse quando il marito infastidito di Jane (Gary Oldman) si presenta alla frenetica casa di Anna con la polizia e la donna che viene fatta passare per la vera moglie, Jane, un’altra bionda, più austera, ora interpretata da Jennifer Jason Leigh. “È viva, vedi. Lei è proprio qui“. Allora chi era quell’altra donna? Dov’è lei adesso? E cosa potrebbe avere a che fare con lei l’inquilino di Anna, un cantautore traballante interpretato da Wyatt Russell?

L’effettiva risoluzione di tutti questi interrogativi non è così interessante come il mistero che avrebbe potuto essere. I tentativi di Anna di interpretare il detective (nonostante la presenza di un vero detective, interpretato da Brian Tyree Henry), non sono così intriganti come il persistente dubbio sul fatto che sia una stalker delirante. Un Oldman esasperato sputa ferocemente invettive, definendola “una gattara ubriaca, rinchiusa e drogata di pillole“. In effetti, nell’osservare Anna lottare per sembrare stabile ci appropriamo di parte della sua tristezza, mentre rivisita gli eventi che l’hanno portata a questo stato. La credibilità che riesce a conferire al personaggio con la sua interpretazione fortunatamente non va di pari passo con l’involuzione di una scrittura che si sgretola sempre più, vanificando nel finale un colpo di scena che poteva risollevare le sorti dell’operazione. La trama cerca di depistare lo spettatore spostando l’attenzione dal reale carnefice ad altri potenziali sospetti, ma mai tanto da arrivare a mettere in discussione la posizione della protagonista. Momenti emotivi come questo suggeriscono quanto il film avrebbe potuto funzionare se ne avesse fatto un punto narrativo focale, piuttosto che soffermarsi sullo scontro finale, che di horror e thriller ha davvero poco.

Sostanzialmente La donna alla finestra si configura come una fucina di possibilità, purtroppo sfruttate al minimo. Allo spettatore non resta altro che agire come la protagonista dopo la visione, chiudendo le tende e voltando le spalle alla finestra con un sospiro deluso.