Arriva il 26 ottobre nelle sale La Ragazza nella Nebbia, film di esordio dell’amatissimo scrittore Donato Carrisi, che presenterà la sua opera prima anche in preapertura al Festival del Cinema di Roma 2017.

Carrisi porta sul grande schermo uno dei suoi romanzi più amati, dimostrando come la sua esperienza pregressa sui set in veste di sceneggiatore, abbia dato buoni frutti. In effetti, per sua stessa ammissione, la storia de La Ragazza nella Nebbia nasce come sceneggiatura, rimanendo sospesa e incompiuta sino al completamento dell’omonimo libro.

L’autore, formatosi come criminologo con specializzazione in Scienza del Comportamento, dá vita ad una serie di personaggi delineati perfettamente, indagando nei meandri della complicata psiche umana.

Non per nulla il film si apre nel particolare studio dello psicanalista Flores (Jean Reno): un ambiente disordinato come le menti delle persone che lo frequentano, costellato di orribili trofei ittici appesi alle pareti. Lo psichiatra assiste, assieme allo spettatore, alla ricostruzione della storia dell’ispettore Vogel (Toni Servillo). Vogel si trova in uno sperduto paese di montagna, Avechot, per indagare sulla scomparsa di Anna Lou (Ekaterina Buscemi). L’ispettore procederà in questo “nebbioso” mistero lasciando che all’iniziale sicumera subentri uno stato di totale spiazzamento, che lo porterà ad avere un incidente quasi mortale e quindi a doverne rendere conto ad uno psichiatra.

Il film omaggia dichiaratamente il noir italiano anni ’60, contaminandolo con il più recente thriller made in USA che fa capo ai cult  come Il Silenzio degli Innocenti e Seven. Carrisi non sembra affatto un novellino, ma dimostra di aver imparato la lezione dei grandi maestri di genere, da Argento a Bava, e soprattutto costruendo la solida impalcatura narrativa su quello che è il personaggio dell’investigatore Vogel, appositamente e unicamente plasmato su Toni Servillo.

La Ragazza nella Nebbia: Donato Carrisi e il cast a Roma

La Ragazza nella Nebbia

Servillo, inizialmente un po’teatrale, funge necessariamente da anfitrione in un sottomondo labirintico – quello del gelido paese di Avechot – rappresentato da un plastico più volte ripreso a volo d’uccello e utile a scandire l’evolversi degli eventi. Quasi inevitabile quindi non pensare a Shining e al dedalo di kubrickiana memoria.

Strutturando il suo noir come un’insieme di scatole cinesi, ognuna delle quali si apre su un personaggio sospetto e ambiguo, il regista ne delinea magnificamente la caratterizzazione psicologica, non lasciando nulla al caso. La pellicola procede lenta ma inesorabile, dando voce alle ombre, ai silenzi e ad una suspense trepidante, piuttosto che ai colpi di pistola e allo splatter più banali.

La Ragazza nella Nebbia è un film sul Male. Male che abita la mente dell’uomo comune, e non risiede necessariamente nell’animo di un assassino, bensì aleggia nei deliri fideistici di una piccola comunità montana, o si diffonde tramite i mass media che lucrano sui fatti di cronaca nera. Un male che possiede persino chi per antonomasia è destinato a sconfiggerlo, l’ispettore  Vogel di Toni Servillo tanto affine  al Gian Maria Volontè di Indagine su un Cittadino al di sopra di ogni sospetto.

La location alpina, gelida e misteriosa, strizza evidentemente l’occhio ai recenti successi svedesi (letterari e cinematografici), ma riesce nell’intento anestetizzante nei confronti di uno spettatore che deve capire che – in questa storia – non esiste il Bene. La stessa soluzione finale, priva di qualsiasi intento consolatorio, perde quasi di vista il mistero di partenza perché ciò che qui preme raccontare è il degrado del genere umano nel suo complesso.

Pur se azzardata, la scelta del film di genere thriller si rivela azzeccata e rappresenta una coraggiosa voce nel marasma di commedie italiane di cui il cinema nostrano si alimenta.