CONDIVIDI
la terra dell'abbastanza

La terra dell’abbastanza è quel posto di periferia in cui l’orizzonte non esiste, si riduce alla spanna di asfalto davanti alla punta delle proprie scarpe, non va oltre quella curva della strada, che dietro potrebbe nascondere un passante distratto per un conducente incosciente; è quel posto senza geografia precisa in cui la vita scorre nell’inerzia, senza ambizione, nel mito dell’adesso.

In sala dal 7 giugno, i fratelli D’Innocenzo portano sul grande schermo La terra dell’abbastanza, preceduto da un passa parola positivo dopo la presentazione a Berlino 2018 nella sezione Panorama, e adesso nelle nostre sale. Opera prima di due registi, gemelli, davvero giovani (non ancora 30 anni) e promettenti, ma soprattutto che hanno dimostrato di avere uno sguardo e la sensibilità giusta per porsi di fronte a una storia e a dei personaggi.

La terra dell’abbastanza è un posto senza orizzonte

La terra dell’abbastanza è la storia di Mirko e Manolo, due ragazzi, non più adolescenti, non ancora adulti, che per un caso fortuito, una disgrazia causata dalla loro distrazione, hanno la possibilità di entrare a far parte di un piccolo giro criminale, nella periferia romana di Ponte di Nona, una collocazione geografica specifica che però si trasforma in non luogo nei rari campi larghi che i registi scelgono di regalare allo spettatore, quando si staccano dai primi piani, dalla nuca, dalla schiena dei due ragazzi, i bravi Andrea Carpenzano, visto in Tutto quello che vuoi, e Matteo Olivetti.

Il racconto non tende a un momento decisivo, una resa dei conti, un’apice d’azione in cui i due protagonisti troveranno finalmente la loro dimensione. La storia si trascina, come uno stanco pomeriggio, nella banalità del crimine di periferia, dall’omicidio su commissione, all’intimidazione, fino alla gestione di un giro di prostituzione; Mirko e Manolo precipitano convinti invece di essere sul punto di decollare, dopo aver accantonato i deboli sogni post adolescenziali di una carriera poco ambiziosa ma apparentemente divertente (vogliono diventare bartender), per accontentarsi dei soldi facili, di un regalo alla fidanzata, di un’abbondante spesa al supermercato, quell’abbastanza che in fondo è sufficiente per rimanere a galla.

Non c’è giudizio nello sguardo dei registi

Non c’è giudizio negli occhi dei D’Innocenzo, ma c’è un’innegabile simpatia per questi due spiantati, ragazzini incoscienti e inconsapevoli, tesi soltanto a guardare quella spanna di cemento oltre le loro scarpe, nei confini di un quartiere abbandonato prima dalle speranze e poi da qualsiasi cenno di civiltà. E così come non c’è giudizio, non c’è nemmeno il bene e il male, nonostante si racconti anche di criminali: sono personaggi stanchi, che misurano il loro raggio d’azione in un luogo fantasma, che spadroneggiano sul nulla, anche loro accontentandosi di quello che racimolano.

Senza infamia e senza lode, la macchina da presa segue i protagonisti e li mostra senza alcun filtro, senza la lente della moralità, nonostante nel finale si percepisca appena una carezza, sul volto di Manolo, sul volto di Mirko, nel momento in cui entrambi sembrano capire dove vivono davvero e dove i loro piedi li hanno portati. E quell’abbastanza diventa troppo, per entrambi.