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L’Uomo di Neve: recensione del film con Michael Fassbender

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L'Uomo di Neve

L’uomo di neve arriva, colpisce, con la sua sete di vendetta, ogni volta che nevica, ogni volta che la notte è fredda, in ogni posto in cui c’è una donna che merita il suo terribile trattamento, che merita di essere smembrata, separata dalla sua testa, dalle sue braccia, dalla sua vita.

La prima avventura cinematografica di Harry Hole

La penna di Jo Nesbø aveva portato per la prima volta su carta questa storia, nella serie di romanzi con protagonista Harry Hole, e Tomas Alfredson ha provato a raccontarla per immagini, attraverso la prima avventura cinematografica del detective alcolizzato ma con una mente brillante. Il personaggio, icona letteraria del genere thriller, è incarnato sul grande schermo da Michael Fassbender, che con la solita bravura si spoglia del suo appeal glamour, ma questa volta rinuncia anche al suo calore di interprete, sarà colpa dei paesaggi invernali di Oslo?

Così come il protagonista, anche la regia, elegante, sensibile e d’atmosfera, che ci aveva regalato Lasciami Entrare e La Talpa, regala reazioni fredde, offuscate dalla scomposizione non solo dei corpi, come avevamo detto prima, ma anche del ritmo del racconto. L’uomo di neve è un thriller slegato, didascalico per struttura, che manca del fascino conturbante delle pagine da cui parte, una storia in cui la risoluzione del puzzle non regala quel senso di appagamento che un thriller riesce a offrire.

L’uomo di neve: nuovo trailer del film con Michael Fassbender

l'uomo di neveiPiù volte, nella storia, Hole e la sua partner, Katrine Bratt (Rebecca Ferguson), si trovano ad avere a che fare con la metafora del puzzle, dei pezzi che non combaciano e che non possono essere messi insieme a forza, e più volte lo spettatore si rende conto che i veri pezzi mancanti sono quelli che costruiscono le identità dei protagonisti, continuamente in via di definizione, perennemente mancanti di organicità. Caratteristica questa che ne aumenta certo il fascino ma che fa traballare la struttura narrativa.

Tomas Alfredson racconta si auto-relega a operatore, lasciando intravedere, soprattutto nella rappresentazione paesaggistica, una parte del suo guizzo registico, ma rimanendo dietro a una resa di sceneggiatura servizievole, priva di personalità, che resta parecchi gradini sotto alle aspettative del pubblico, sia quello di Nesbo che quello di Alfredson stesso.

Un film non all’altezza dei nomi coinvolti

Nonostante l’utilizzo di volti noti e amati, un materiale di partenza di grande valore e dei filmmaker di prim’ordine (Martin Scorsese compare trai produttori esecutivi), L’Uomo di Neve resta sorprendentemente nel catalogo dei film dimenticabili, con grande rammarico e con la sola eccezione delle algide e innevate bellezze scandinave.