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Senza Fiato: recensione del film con Fortunato Cerlino

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Senza Fiato

Arriva al cinema il 12 ottobre Senza Fiato, film di Raffaele Verzillo, regista casertano alla sua terza regia di lungometraggio, che si affaccia con delicatezza alla situazione di crisi generale che versa nel mondo del lavoro, attraverso la lente privata di storie che si intrecciano e si scontrano, fino a un epilogo inaspettato e ingiusto, degno purtroppo del triste quadro che il film stesso tratteggia.

Matteo ha 45 anni. È un uomo perso, sconfitto dalla vita e da un Paese che ha ucciso la sua generazione negandole le condizioni, le opportunità, i sogni. Insieme a tanti altri come lui, Matteo si ritrova senza ideali, senza ideologie, senza la possibilità di vedere realizzate le sue abilità, concretizzata quella forma di vita che avrebbe voluto costruire. E senza più speranza. Così che decide di andare via. Ma non via dal suo Paese. No. Via dalla vita. Non ha più ragione per restare, non c’è un motivo per continuare. Lui non lo vede.

Nel momento in cui tenta di attuare il suo proposito, però, gli sorge un dubbio: – E se invece ci fosse un motivo per restare, se fossi io che non riesco a vederlo? Così, prima di andare, forse con lo scrupolo di un vigliacco, con la drammatica condizione di essere inadatto tanto alla difficoltà della vita quanto al coraggio della morte, chiede alle persone a lui più vicine, più care, se c’è qualcosa che lui non ha considerato, qualcosa che lui non vede, chiede agli altri una ragione per restare, per non uccidersi.

Senza Fiato – un dramma da camera casertano

Verzillo racconta una storia ancorata al territorio, quello di Caserta, che si intravede in alcuni edifici e nell’accento dei protagonisti, ma che può essere valido in ogni parte dell’Italia. Il film, che adopera un bianco e nero tattico, forse a sopperire degli oggettivi limiti tecnici della pellicola, sposa però benissimo la scelta cromatica e racconta storie oppresse dalla cappa di disperazione, mai accesa, strillata ma sempre palese tessuto che ricopre, riveste, impregna di sé ogni situazione.

Il film si muove con sorpresa nei territori del melodramma, sfociando nel linguaggio del dramma da camera, soprattutto quando si sofferma sulla scelta, decisa ma mai compiuta, di uno dei protagonisti di togliersi la vita, rimedio estremo e definitivo.

Nonostante i temi disperati e i personaggi allo stremo, il film non cerca la lacrima, non sguazza nella difficoltà, ma abbraccia la freddezza della luce, delle inquadrature, ne sposa la distanza dal dramma e lo mostra, senza alcuna intenzione di esasperarlo.

Più dramma da camera che sceneggiata (nonostante la geolocalizzazione), Senza Fiato palesa non solo i suoi limiti tecnici, riscontrabili nella qualità dell’immagine e in alcune scelte registiche poco felici, ma con la stessa schiettezza rivela una delicatezza distaccata, una verità sorprendente nel raccontare storie comuni e drammi quotidiani.