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Non ci sono dubbi sul fatto che il regista Jordan Peele, vincitore dell’Oscar alla miglior sceneggiatura per Scappa – Get Out, sia oggi una delle voci più interessanti del cosiddetto “arthouse horror”, ovvero quei film che combinano ambizioni autoriali con i canoni espressivi classici dell’horror. Sin da quel suo primo film del 2017, Peele ha infatti dato prova di poter offrire grande intrattenimento di genere unito a brillanti riflessioni sulla società statunitense, replicando poi tale formula anche con Us. Egli torna ora al cinema con il suo terzo lungometraggio dal titolo Nope, slang americano che sta per “no”, con il quale rivolge stavolta l’attenzione verso il mondo del cinema e, più in generale, dello spettacolo.

Protagonisti di Nope sono infatti i fratelli OJ ed Emerald Haywood (interpretati da Daniel Kaluuya e Keke Palmer), diventati proprietari del ranch Haywood’s Hollywood Horses, il quale fornisce cavalli per produzioni cinematografiche e televisive, in seguito alla misteriosa morte del padre. Nonostante i loro tentativi di mandare avanti l’attività, i due sono sempre più divisi ed in difficoltà economiche. La possibilità di rivoluzionare la loro situazione arriva però nel momento in cui avvistano un UFO nel cielo. Non solo si convincono che sia stato questo ad uccidere il padre, ma anche che ottenendo un filmato in alta definizione della sua presenza potranno diventare ricchi. Sulle loro teste, tuttavia, aleggia un mistero ben più spaventoso di quanto potrebbero mai immaginare.

Uno spettacolo firmato Jordan Peele

Nope si apre con una citazione biblica che recita “Ti getterò addosso una lordura abominevole, ti renderò vile e ti renderò uno spettacolo”. Proprio quest’ultima parola, spettacolo, risulta essere centrale nel nuovo film di Peele, che ha raccontato di come mentre scriveva la sceneggiatura ha “iniziato a scavare nella natura dello spettacolo, nella nostra dipendenza dallo spettacolo e nella natura insidiosa dell’attenzione“. A partire da ciò, il regista sembra allora con questo suo nuovo film allontanarsi dalle atmosfere più propriamente horror dei suoi due precedenti lungometraggi per rivolgersi invece verso una fantascienza che richiama in particolare quella degli anni Cinquanta.

Peele, non a caso, è stato il principale produttore del recente revival di The Twilight Zone, la celebre serie fantascientifica che dal 1959 ha contribuito a rivoluzionare il genere. Nope, in modo piuttosto esplicito, deve molto a quella serie, ma anche ad un classico come Incontri ravvicinati del terzo tipo o ad un titolo più recente come Signs, con cui condivide un’atmosfera particolarmente ansiogena. Egli, dunque, fa confluire nel suo film un enorme bagaglio di elementi, suggestioni e tecniche stilistiche, dando vita al proprio grande spettacolo sugli UFO e sulla loro ricerca, la quale diventa la metafora dietro cui celare il proprio messaggio di fondo.

Gli UFO diventano infatti ora un mezzo attraverso cui diventare ricchi, mentre non c’è traccia del desiderio di scoperta che un tempo animava i protagonisti dei film con alieni. Questa attitudine e questa presenza extraterrestre hanno però un valore molto più profondo e pericoloso, che ci richiama all’attenzione sul modo di fare spettacolo oggi e sulle modalità per cui il pubblico ne è il più delle volte fruitore passivo. Allo stesso modo, Peele sembra voler riflettere sul valore delle immagini, che devono oggi necessariamente essere della miglior qualità possibile perché possano vantare un valore economico. Ne parla avvalendosi del formato IMAX, che conferisce al film, non a caso, una grandezza e una risoluzione spettacolare.

Daniel Kaluuya, Keke Palmer e Brandon Perea in una scena di Nope.

Nope, il blockbuster estivo che il cinema attendeva

Se Get Out si concentrava sulla questione razziale, mentre Us sulla suddivisione in classi sociali presenti negli Stati Uniti, Nope è dunque invece rivolto all’industria dello spettacolo e al rapporto che gli spettatori hanno con essa. Naturalmente tale tematica viene offerta attraverso una serie di simbolismi e metafore, che rendono il film più criptico e ambizioso rispetto ai due precedenti lungometraggi di Peele. Stabilire un paragone tra i tre titoli lascia però il tempo che trova, mentre è molto più produttivo riconoscere in Nope l’accresciuta fiducia del regista nei propri mezzi espressivi. Se a livello narrativo il film risulta non sempre coeso, è il modo in cui la narrazione si sposa con le scelte di messa in scena a rendere Nope tanto affascinante.

Peele riesce infatti a sfruttare ogni elemento scenografico, sonoro e visivo per dar vita ad un’atmosfera particolarmente conturbante. Il film riesce così ad incutere profondo terrore mostrando molto poco e a far ridere grazie ad alcuni brillanti momenti accentuati dalla bravura degli interpreti protagonisti. La Palmer, in particolare, ruba più di una scena a tutti gli altri. Nope è dunque un film che oltre a riflettere sulla natura dello spettacolo, vuole esso stesso essere uno spettacolo, quel blockbuster estivo che il cinema e gli spettatori aspettavano. Per i mezzi tecnici con cui è girato, per l’ampiezza spaziale delle sue inquadrature e per l’aura di mistero che mantiene fino all’ultimo, Nope è davvero un film che merita di essere visto sul grande schermo.

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RASSEGNA PANORAMICA
Gianmaria Cataldo
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Laureato in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è un giornalista pubblicista iscritto all'albo dal 2018. Da quello stesso anno è critico cinematografico per Cinefilos.it, frequentando i principali festival cinematografici nazionali e internazionali. Parallelamente al lavoro per il giornale, scrive saggi critici e approfondimenti sul cinema.
nope-recensione-jordan-peeleCon il suo terzo lungometraggio, Nope, Jordan Peele si sposta dal puro horror alla fantascienza, parlando del valore dello spettacolo attraverso un film che è esso stesso uno spettacolo. Con una magistrale costruzione della tensione, egli dà vita ad un racconto ancor più ambizioso e complesso, talvolta perdendone il controllo ma arrivando comunque a realizzare il blockbuster estivo che tutti aspettavano.