one night in miami recensione

Dopo l’Oscar per la migliore interpretazione da non protagonista in Se la strada potesse parlare di Barry Jenkins, Regina King cambia prospettiva e si siede dietro alla macchina da presa, scegliendo per il suo esordio una storia black che, ambientata negli anni ’60 parla all’oggi degli Stati Uniti e del mondo, One Night in Miami. Il film, presentato nella selezione ufficiale Fuori Concorso di Venezia 77 e prodotto da Amazon Studios, è ora disponibile su Amazon Prime Video.

 

La premessa del film nasce dal testo teatrale di Kemp Powers che immagina Cassius Clay, Jim Brown, Sam Cooke e Malcolm X riunirsi a discutere e a parlare di diritti civili in una stanza dell’Hampton House Motel la notte che Clay diventa campione del mondo, il 25 febbraio 1964.

Quattro icone per la lotta alla parità dei diritti civili

Mentre Clay si gode il suo trionfo e si prepara ad annunciare al mondo che entrerà a far parte della Nazione dell’Islam con il nome di Muhammad Ali, Jim Brown si prodiga per aiutare i bambini di colore in difficoltà, mentre medita di lasciare lo sport e dedicarsi al cinema. Contemporaneamente Sam Cooke sfrutta la sua conoscenza del mercato discografico e i soldi che ne conseguono per sostenere i cantanti esordienti di colore. Intanto Malcolm X, che milita attivamente nel movimento dei diritti civili, promuove l’intervento diretto a vantaggio della causa.

One Night in Miami è una riflessione sull’importanza della discussione sui diritti civili, sull’attivismo e l’approccio pratico a costruire un mondo che possa definirsi davvero giusto ed equo. Il film fonda il suo fascino sulle figure dei protagonisti, tutti interpretati da attori giovani e volti nuovi (Kingsley Ben-Adir, Aldis Hodge, Leslie Odom jr. e Eli Goree), con un grande ascendente nella cultura pop e anche in quella cinematografica. 

Regina King, che dirige bene gli attori ma rischia poco, dimostra però di aver fatto i compiti, citando, più idealmente che visivamente, il grande cinema che ha raccontato quelle stesse figure. Da Alì di Michael Mann e Malcolm X di Spike Lee, King dimostra chiaramente di sposare le posizioni dei cineasti che l’hanno preceduta, ma allo stesso tempo promuove l’attivismo dall’interno dello star system black hollywoodiano come strumento principale per lavorare  sulle masse e promuovere un cambiamento reale.

One Night in Miami è una call to action

Le conversazioni tra Clay, Malcolm X, Brown e Cooke sono animate, piene di fervore, a volte troppo legate alla loro origine teatrale e quindi in alcuni momenti sembra di assistere a comizi più che a conversazioni tra amici. Si ragiona in merito alla natura dell’attivismo, alla coesistenza con i problemi della disparità di diritti in base all’etnia, a ciò che si dovrebbe fare in contrasto con ciò che invece è possibile fare.

L’aspetto più interessante di One Night in Miami è quello che ci porta dentro alla quotidianità di icone pubbliche e prova a raccontarcele oltre l’archetipo che il tempo ha affibbiato loro. 

Con One Night in Miami, Regina King firma un manifesto di intenti. Sembra chiamare a raccolta tutti i membri di colore della sua comunità artistica e investirli della responsabilità di essere il primo motore del cambiamento e della lotta per la parità dei diritti civili, negli USA e nel mondo. Ora come allora la strada è ancora lunga.

 
RASSEGNA PANORAMICA
Chiara Guida
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Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice di Cinefilos.it, lavora come direttore della testata da quando è stata fondata, nel 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.