Passenger: la recensione del nuovo horror di André Øvredal

Il film arriva in sala dal 21 maggio distribuito da Eagle Pictures.

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Passenger è il nuovo film horror diretto da André Øvredal, in uscita nelle sale il 21 maggio 2026. Scritto da T.W. Burgess e Zachary Donohue, il progetto è stato annunciato ufficialmente nell’ottobre del 2024 e vede tra i produttori Walter Hamada e Gary Dauberman. Il film è interpretato da Melissa Leo, Lou Llobell e Jacob Scipio. Le riprese si sono svolte a Seattle, negli Stati Uniti, nel gennaio 2025. Alcuni proprietari dei camper utilizzati nel film hanno inoltre preso parte alla produzione come comparse insieme ai loro veicoli, mentre diversi artigiani e commercianti locali hanno partecipato alle scene ambientate lungo il viaggio dei protagonisti esponendo e vendendo prodotti reali durante le riprese. La colonna sonora del film è stata composta da Christopher Young.

La trama di Passenger

La storia di Passenger segue una giovane coppia in viaggio attraverso gli Stati Uniti a bordo di un vecchio furgone camperizzato. Quella che dovrebbe essere una fuga romantica lontano dalla routine quotidiana cambia improvvisamente direzione quando i due assistono a un terribile incidente in mezzo ai boschi, nel quale il conducente di un altro veicolo perde la vita in circostanze misteriose e particolarmente violente. Sconvolti dall’accaduto ma desiderosi di lasciarsi tutto alle spalle, i due riprendono il viaggio convinti di essersi allontanati dall’orrore.

Ben presto, però, iniziano a percepire strane presenze attorno a loro. La situazione precipita quando comprendono di non essere più soli. Un’entità demoniaca si è insinuata nel loro viaggio trasformandosi in un silenzioso e terrificante “passeggero”, deciso a perseguitarli senza tregua. Invisibile ma onnipresente, la creatura sembra nutrirsi delle loro paure e insinuarsi lentamente nelle loro menti, mettendo alla prova il rapporto della coppia e la loro stessa lucidità. Mentre il viaggio si trasforma in una fuga disperata attraverso strade deserte, motel isolati e cittadine dimenticate, i protagonisti cercano di capire come sconfiggere la presenza.

Passenger: immagini ritornanti

Il cinema è da sempre spazio di immagini ritornanti. E su questo presupposto si basano le poche belle intuizioni di Passenger. Il film di André Øvredal gioca infatti apertamente su tutta una serie di codici tipici dell’horror, ma, innanzitutto, ricorda e tiene a ricordare quanto il genere, almeno nella sua declinazione moderna, si intrecci da decenni con il linguaggio del road movie. Da Non aprite quella porta in poi, non a caso, paura e morte si sono spesso configurati come luoghi a cui tendere, località da raggiungere, case da “invadere”. Ambienti che Øvredal sceglie di mescolare o per meglio dire sintetizzare nella costruzione di una personalissima nomad-land di case nel bosco su ruote e maledizioni itineranti. Campeggiando cioè negli spazi di culto dei film dell’orrore, in una sorta di ragionamento “a tappe” con destinazione esorcismo.

Abbonda allora l’oggettistica che da sempre affolla il genere, dal pupazzetto semovibile di Bob, alla catenina di San Cristoforo protettore dei viaggiatori, passando per prontuari di linguaggi arcaico-simbolici e negozietti di cianfrusaglie varie sparsi lungo il cammino. Nè mancano, invero, alcuni (rari) frangenti di tensione ben costruita o puro “divertimento”. Come nella sequenza nel parcheggio in cui Maddie fatica a tornare a bordo del proprio camper – e una volta a bordo perde ogni punto di riferimento a dispetto del dedalo di telecamere che paiono restituire solo frammenti di (ir)realtà. O come quando, inizialmente intenti a gustarsi una serata cinema tra le fronde degli alberi, i due innamorati decidono di servirsi della luce del proiettore per tentare di svelare la malvagia presenza che incombe su di loro. E in cui il mostro sembra di fatto divorare su due fronti la romance-comedy in atto.

Vociare informe e decontestualizzato

Ma sono solo sprazzi. Pennellate di colore qua e là all’interno di un quadro ben più smunto, a tratti monocromatico e quasi auto-condannatosi alla mediocrità. E di fatto rimane ben poco di cui discutere a fronte di un film che annacqua le intriganti premesse di partenza nel solito viaggio a due alla scoperta delle radici della maledizione di turno.
Ci confessiamo anzi delusi dall’ennesima opera che, fatta eccezione per le scene citate, sembra aver dimenticato cosa sia la paura. Che è questione di evocazione, di suspence, di studio degli spazi e delle e angustie del contemporaneo, e non può limitarsi allo spavento istantaneo e decontestualizzato. Ecco, Passenger parla, parla anche a lungo (forse perfino troppo), ma di ciò che sta al di là della macchina da presa dice ben poco. E anziché radicarsi nel presente come diverse grandi firme dell’horror hanno dimostrato di sapere fare (i nomi sono i soliti Peele, Mitchell, Flanagan), preferisce invece accordarsi al vociare informe di tanta marmaglia. Regalandoci una finta variazione sul tema di un pietanza che, lo ammettiamo, iniziamo a far fatica a digerire.

Passenger
2.5

Sommario

Al netto di premesse cinefile e qualche raro sprazzo di tensione ben costruita, il film finisce per accodarsi al vociare informe e decontestualizzato di tanto horror contemporaneo. Dimenticando cosa sia la paura e dicendo ben poco del mondo al di là della macchina da presa.

Dario Boldini
Dario Boldini
Laureato in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, ha iniziato nel 2019 a scrivere articoli e approfondimenti per l’Associazione Culturale Lo Sbuffo. Dopo la specializzazione in Critica Cinematografica presso Sentieri Selvaggi di Roma, con cui collabora dal 2022, dal 2023 scrive di cinema e serie TV per Cinefilos e partecipa ai principali festival cinematografici italiani.

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