Tre anni fa, in occasione dell’anteprima italiana di Pitch Perfect 2, Elizabeth Banks raccontò la genesi di questo folle progetto nato nel 2012 e dell’inaspettata e calda reazione del pubblico, spiegando che all’epoca – quando il franchise non esisteva ancora – l’idea era “realizzare un film divertente su un gruppo di donne che cantano a cappella”. Di fatto la combinazione delle due cose (commedia e musical) funzionò a tal punto da spingere la Universal a produrre una serie, sempre con gli stessi personaggi, campione d’incassi in America e nel resto del mondo. Tuttavia dietro il successo di Pitch Perfect si muoveva un fermento culturale e cinematografico a cui Paul Feig, nel 2011, diede inizio con Le amiche della sposa, una sorta di women exploitation che riadattava la grammatica della comedy ad un linguaggio prettamente femminile. Dopo quella spinta escono The Wedding Party di Leslye Headland, Corpi da Reato, Fuga in Tacchi a Spillo, e molti altri.

Sei anni e due film dopo, Pitch Perfect 3 sembra ribadire le stesse intenzioni, pur smarrendo per strada lo smalto e la freschezza dell’esordio, in un episodio dal sapore agrodolce perché evidentemente conclusivo. E se il primo suonava un po’ come la celebrazione degli underdog, gli sfigati, con l’eco di John Hughes nell’aria (e nelle orecchie della protagonista Becca), il secondo era una specie di aggiornamento di Animal House a tinte rosa, il terzo si congeda in stile St.Elmo’s Fire con la consapevolezza del tempo che passa, dell’età che avanza e del desiderio di crescere e affrontare la vita adulta. Magari allentando certi legami genitoriali o scegliendo l’individualismo a discapito del collettivo, dunque trovare la propria strada da sole. 

pitch perfect 3

Fuori Elizabeth Banks alla regia, che qui torna in veste di produttrice e attrice, dentro Trish Sie (nel 2009 ha firmato il videoclip “cult” di “Here it goes again” degli OK Go, con la band intenta a ballare sui tapis roulant), mentre Kay Cannon si riconferma brillante sceneggiatrice (la sua ultima creazione è Girlboss, serie da lei ideata e prodotta da Netflix), soprattutto quando cerca di evocare – con discreti risultati – le pellicole citate sopra, sia nello spirito goliardico e malinconico, sia nei dettagli visivi (in una scena Fat Amy afferra due fette di pane e le riempie di cereali, proprio come faceva Ally Sheedy in Breakfast Club). Insomma la macchina funziona, la chimica fra le attrici è innegabile, la varietà fisica, etnica e caratteriale rispettata, con Rebel Wilson che – ancora una volta – divora lo spazio e le battute, e non per la forma del suo corpo, ma per la qualità del suo modo di recitare. Semplicemente irresistibile.

Forse i numeri musicali non sono all’altezza delle aspettative, o forse si avverte un senso di compiutezza che porta con sé l’affanno di un franchise che non ha molto altro da dire (anche se uno spin-off action con Fat Amy sarebbe enormemente gradito), tuttavia ciò che aveva reso grandi i primi due film si ripete come una costante: puoi rimandare il giorno in cui lascerai il nido, nascondere la paura dietro il bisogno di “apparire” vincente, eppure il palcoscenico della vita muta ad ogni passo e sta a noi adattarlo.

Pronte a voltare pagina, le Bellas abbandonano una storia da “sfigate” senza tradire ciò che le rende speciali: le imperfezioni. E imperfetto sia Pitch Perfect 3, strana commistione di commedia e spy story, il meno compatto da un punto di vista narrativo e identitario, il più solido sul versante sentimentale.