Quello che so di lei

La leggerezza del perdono, la prepotente presenza di un passato messo in un angolo chiuso del cuore. La vita, tutto ciò che la segna, che l’accende, che la rende una dura e amabile maestra. È di questo che ci parla Martin Provost con Quello che so di lei, in uscita nelle sale italiane l’1 giugno.

Claire (Catherine Frot) è una donna inflessibile, dedita a uno stile di vita nel rispetto dell’essere umano e della terra. Il suo modo di essere si sposa bene con la sua scelta nel campo lavorativo: è un’ostetrica esperta e devota a una professione che è a un punto cruciale di trasformazione. Le cliniche, infatti, si trasformano sempre più in vere e proprie “fabbriche di bambini” e le macchine sostituiscono il gesto umano che dona la vita.
Béatrice (Catherine Deneuve) si avvia alla fine della sua vita. Avventurosa, spregiudicata, viziosa e frivola, è il perfetto opposto di Claire della quale è stata, 30 anni prima, la venerata matrigna, colei che ne aveva amato e poi abbandonato il compianto padre.

Quello che so di lei – la recensione

Il racconto del loro ritrovarsi non riserva particolari sorprese. Non è il cinema del colpo di scena o dei facili sentimentalismi. Martin Provost è accanto alle due protagoniste e guarda da una finestra il naturale risolversi dei conflitti generati da un amore deluso ma mai cessato. Quello che so di lei scorre così come potrebbe scorrere la vita di qualsiasi persona, con gli abbandoni e i ritorni, e gli ennesimi nuovi inizi di percorsi interrotti che, con naturalezza, vengono ripresi esattamente dal punto in cui erano rimasti.

Naturale come lo scorrere dell’acqua del lago dove il figlio di Claire è solito nuotare, naturale come la nascita delle vite che passano dalle mani dell’ostetrica, naturale come la morte di Béatrice, che affronta la malattia come ha affrontato la vita: sprezzante del pericolo, incurante delle conseguenze.

Il regista ci tiene particolarmente a incidere il concetto di naturalezza in tutte le fasi del suo film. Nella scrittura, così come nella fotografia non c’è tentativo di abbellire o romanzare, e così vengono percepite vere tutte le emozioni che attraversano i volti delle due straordinarie protagoniste. La delusione, la paura, la vitalità, la rabbia che è in realtà malcelata impazienza di cedere al perdono, all’affetto, alla tenerezza.

Quello che so di lei è perfetto quando non si sa bene di che “genere di film” si abbia più bisogno, perché è in grado di parlare a tutti, in qualunque periodo della vita ci si possa trovare, in qualsiasi stato d’animo si possa essere intrappolati.