confessionsArriva per qualsiasi regista il momento della “svolta”. Ed è arrivato anche per Tetsuya Nakashima, classe 1959, giapponese di Fukuoka, noto al pubblico italiano per capolavori barocchi come Kamikaze Girls e Memories of Matsuko e per uno stile spesso definito “pop, colorato e pieno di dettagli” (wikipedia dixit). Date queste premesse, approcciarsi a Confessions e tenere presente che si tratta sempre dello stesso regista non è per niente facile.

Yuko Moriguchi (interpretata da Takako Matsu) è una professoressa delle scuole medie che annuncia il suo ritiro dall’insegnamento in seguito all’omicidio della figlia di appena quattro anni Manami, trovata annegata nella piscina della scuola. Durante il suo addio tenuto di fronte a una classe davvero poco partecipe, Yuko dichiara di conoscere l’identità dei killer che hanno commesso un’atrocità simile che altri non sono che due ragazzi della sua stessa classe, chiamati studente A e studente B. Poiché la polizia ha archiviato il caso come un semplice incidente e visto che la legge giapponese non processa i minori di tredici anni a prescindere dal reato commesso, Yuko è decisa a farsi giustizia da sola orchestrando un intricato piano di vendetta per distruggere completamente la vita dei due ragazzi e per far capire loro l’impatto che certe azioni possono avere sulle vite degli altri. Il valore pedagogico della vicenda di Yuko però non si ferma certo qui e deriva, necessariamente, in un atto di vendetta acuto: dopo aver consegnato le dovute razioni di latte ai ragazzi e dopo che gli studenti hanno bevuto le rispettive confezioni, l’insegnante rivela di aver iniettato ogni confezione con il sangue del compagno malato di AIDS da poco scomparso.

Strizzando l’occhio al maestro d’altri tempi Kurosawa e all’eccelso Rashomon (1950), Nakashima mette in piedi un’opera divisa in cinque capitoli in cui, ciascuno dei protagonisti, presenta il proprio punto di vista sulla vicenda, ognuno con ragioni diverse da ciò che suggerisce l’apparenza della propria condotta.

Tratto dall’omonimo romanzo Kokuhaku (titolo originale) di Kanae Minato con due milioni di copie vendute in madre patria nel 2008, Nakashima passa da una narrazione estremamente pop a una riflessione dark e nichilista su uno dei topoi narrativi del cinema nipponico contemporaneo, ovvero il malessere esistenziale (con conseguente deriva violenta) di una gioventù lacerata dalla mancanza di freni inibitori e moralità.

Dolore e punizione sono la cifra stilistica della pellicola che continua la riflessione cominciata da Kinji Fukasaku nel cult Battle Royale su come educare e punire minori che sempre più spesso si trovano a commettere atti del genere senza che le istituzioni possano intervenire. Non inganni la facciata visivamente ricca di momenti estranianti (come i musical accennati a scuola) perché Nakashima, dopo il mondo colorato di Kamikaze Girls, cede definitivamente al suo io più oscuro con guizzi di humor nero che spesso fanno trasalire.

Con Last Flowers dei Radiohead in sottofondo e una fotografia dai colori cupi (come cupa è l’evoluzione psicologica dei personaggi) che contribuisce a dare la misura di un racconto lugubre, Nakashima confeziona un racconto spietato e struggente di dolore: il dolore implacabile di una madre che grida vendetta.