Rising Phoenix recensione

Come la fenice che risorge dalle proprie ceneri, così gli atleti delle Paralimpiadi ritrovano nuova vita e forza in seguito agli eventi che li hanno resi dei “diversi”. Un messaggio, questo, che pervade l’intero documentario Rising Phoenix – La storia delle Paralimpiadi, disponibile su Netflix dal 26 agosto. Diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, il film è incentrato nel ricostruire i principali eventi della storia di questi giochi, dalla loro fondazione nel secondo Dopoguerra, sino all’edizione del 2016 di Rio de Janeiro. Tra immagini e filmati di repertorio, il racconto è affidato alle parole di personalità come Sir Philip Craven, Presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, Xavi Gonzalez, ex Amministratore Delegato del Comitato Paralimpico Internazionale (CPI) e Eva Loeffler, figlia del dottor Ludwig Guttmann, neurochirurgo e neurologo.

 

Fu proprio Guttmann che fondò, nel 1948, i primi Giochi per disabili come metodo di riabilitazione. Questi hanno in seguito rappresentato l’ispirazione per i primi Giochi Paralimpici ufficiali, che si svolsero a Roma nel 1960. E se a loro è affidato il racconto storico, a dare forza al film è la testimonianza diretta di quegli atleti che, con la loro forza di volontà, hanno compiuto gesti memorabili e ricchi di valore. Tra questi si annoverano Ellie Cole, Jean-Baptiste Alaize, Matt Stutzman, Jonnie Peacock, Ntando Mahlangu, Tatyana McFadden, e la campionessa italiana di scherma Bebe Vio.

Rising Phoenix: il luogo degli eroi

Se le Olimpiadi sono il luogo dove si formano gli eroi, le Paralimpiadi sono quello in cui arrivano gli eroi. È questa una delle prime, e più importanti, frasi udibili nel film. In essa è contenuto il significato e il valore di questi giochi, volti a dar spazio a coloro che troppo spesso vengono lasciati nell’ombra. Prima di arrivare sul campo da gioco, infatti, tali atleti hanno vissuto esperienze al limite, che il più delle volte li hanno ridotti in fin di vita. Sono personalità private di tutto che hanno saputo fare dei propri limiti i propri punti di forza. Arrivare a competere alle Paralimpiadi è dunque per loro solo l’ultimo tassello di un faticoso ma necessario percorso di riaffermazione personale.

Il documentario si prefigge così lo scopo di dare grande risalto alle loro storie, lasciando che esse prevalgano rispetto al dato tecnico relativo all’evento in sé. Tale scelta è naturalmente vincente, poiché permette allo spettatore di entrare in contatto con situazioni e vite al limite dell’incredibile. Storie talmente complesse, drammatiche e avvincenti da risultare più simili ad un film che alla realtà. Tra queste spicca senza dubbio quella di Alaize, nato e cresciuto in Burundi nel pieno della guerra civile che sconvolse il paese. A causa di questa venne strappato per sempre dalla madre e perse una gamba. Riuscito ad arrivare in Francia, ebbe accesso ad una protesi, e grazie ad un duro allenamento riuscì a diventare uno dei principali campioni di salto in lungo.

Rising Phoenix permette così di scoprire quanto fascino vi sia dietro le Paralimpiadi, troppo spesso considerato un evento di serie B rispetto all’evento principale. Eppure, come anche i dati confermano, si è sempre rivelato più entusiasmante assistere alle imprese di questi atleti, i quali provano davvero che i supereroi possono esistere. Non appare così casuale il paragone posto all’inizio con gli Avengers. Come loro, anche i protagonisti di questo documentario danno prova di cose considerate impossibili. Come loro, anche questi atleti dimostrano di avere dei veri e propri poteri, derivati dalla loro determinazione e da ciò che sembrava averli resi più vulnerabili.

Rising Phoenix

Rising Phoenix: la recensione

Con questo nuovo documentario, Netflix dimostra un continuo interesse nel dar voce ad una sempre più ampia diversità. Come anche Rising Phoenix dimostra, quella per dar voce alla realtà dei disabili è una lotta continua, ostacolata ancora oggi da negazionismo e oscurantismo. Appare particolarmente scioccante, a tal proposito, l’episodio relativo alle Olimpiadi di Mosca del 1980, dove si affermò che le Paralimpiadi non erano necessarie, in quanto la Russia non aveva disabili nella propria popolazione. Eventi di questo genere, tristemente presenti ancora oggi, sono il motivo per cui un documentario di questo tipo non arriva mai né in anticipo né in ritardo sui tempi.

Nel trattare una tematica di questo tipo, il rischio è sempre quello di caricarla di un eccessivo e non necessario pietismo. Fortunatamente, i due autori si concentrano sul raccontare gli atleti e le loro storie senza particolari sottolineature emotive. A parlare sono infatti loro e loro vicende soltanto. Da questo punto di vista, Rising Phoenix conquista valore lì dove molte altre operazioni simili hanno invece peccato. Ciò che manca è probabilmente una struttura narrativa più solida e organizzata, che avrebbe permesso di orientarsi meglio nel racconto. Seguendo le singole vicende degli atleti, tuttavia, si riesce infine ad avere un quadro piuttosto completo con cui sarà possibile comprendere e appassionarsi alle Paralimpiadi.