La macchina produttiva cinematografica di Francia è probabilmente la più florida d’Europa, al momento, grazie alle idee di Luc Besson (la serie Taken, Lucy) anche la più ricca.

Marguerite si unisce all’offerta del mercato transalpino quasi in punta di piedi, lontano sia dalle numerose commedie che dai drammi profondi, con una propria personalità, un proprio carattere. Se il soggetto e la storia (vera) non sono originali sino in fondo, anzi Hollywood sta già preparando la sua versione con Meryl Streep nei panni della protagonista, è su tutti gli altri livelli tecnici e artistici che l’opera di Xavier Giannoli impressiona positivamente. Ma procediamo per gradi, il nome Marguerite Dumont vi suggerisce qualcosa? Siamo nel 1921, all’inizio di un decennio incredibilmente dinamico, di fermento, durante il quale la gente si appresta a scoprire il piacere della bella vita, delle sovversioni politiche, dei club culturali e dei teatri sparsi per Parigi come funghi in autunno. La nostra eroina, se così vogliamo chiamarla, è ricca e un po’ ingenua, ed è convinta di possedere una voce divina. Peccato che la realtà dei fatti sia ben diversa, il suo canto è infatti l’emblema della stonatura, del cattivo gusto, del fastidio, un lamento stridulo in grado di annientare in pochi attimi capolavori immani della tradizione operistica universale. Nascondere la verità conviene però a molti, a tanti che bramano il suo denaro e poco altro.

Marguerite posterAttorno alla sua figura inizia a crearsi un nugolo di profittatori, imbroglioni e bastardi patentati, ed è con dolore che lo spettatore assiste inerme a ogni tipo di umiliazione dietro le sue spalle. Una macellazione in piena regola, come simboleggiano anche gli onnipresenti animali sulla scena.

Abbiamo però detto appena sopra che Marguerite non è un dramma canonico, infatti uno dei suoi punti di forza è proprio la tagliente ironia che accompagna costantemente le linee di copione e i volti dei personaggi, capace così di alternare momenti di genuina ilarità ad altri più riflessivi, violenti, tristi. Se tutto questo ha solleticato la vostra curiosità, sappiate che bisogna ancora aggiungere al quadro un valore produttivo di altissimo livello. Fotografia e scenografie si fondono in un unico livello barocco, con un’attenzione ai particolari, alle luci e alle ombre da lasciare davvero sorpresi; inoltre le inquadrature possiedono una ricercatezza tutt’altro che comune, non c’è un frame fuori posto, ogni cosa sembra pensata per trovarsi esattamente dove si trova.

I continui cambi di scena pensano poi a mantenere l’amalgama sempre dinamica, perfettamente in linea con le prove attoriali di una qualità estrema. Denis Mpunga, Christa Théret, André Marcon, Michel Fau ma soprattutto la divina Catherine Frot (La Cuoca del Presidente, La Voltapagine), dominano il palcoscenico con una forza e una solidità disarmanti. Danzano assieme alla musica, alle arie di Mozart, Puccini, Leoncavallo, distruggendo la borghesia a suon di provocazioni, di motori scoppiati e crocevia misteriosi. Dettagli che certamente vi sembreranno aria fritta adesso, ma che all’interno del film trovano un posto preciso, e che noi giustamente non possiamo rovinarvi con la recensione.

Cosa resta? Le atmosfere malinconiche di Viale del Tramonto, le tematiche della diva in crisi, invecchiata e facile preda della follia, come i sentori allucinogeni di C’era Una Volta in America, citato esplicitamente in una scena ad hoc. Il finale pecca forse di presunzione, e i ritmi si sfaldano leggermente, ma nulla che non si possa perdonare. Come direbbero i francesi: bravo, con l’accento sulla o.