Black Mass

Molte delle principali città americane, oltre che per la loro storia, i loro monumenti, sono famose anche per i criminali che le hanno tenute in pugno nel corso del ventesimo secolo. New York ad esempio è legata a doppio filo con la leggenda di Al Capone, John Dillinger con la cronache di Chicago, la città di Boston vanta invece una storia molto particolare, quella “dell’ultimo grande gangster” del novecento rappresentato in Black Mass.

Jimmy “Whitey” Bulger, che grazie alla sua posizione di informatore dell’FBI è riuscito a creare un autentico impero criminale specializzato in droga e scommesse, a partire dall’inizio degli anni ’80. Mentre l’agente federale John Connolly teneva buoni i capi del Bureau, promettendo informazioni chiave sulla mafia italiana, la Winter Hill Gang prosperava indisturbata e solitaria.

Black Mass non è altro che il ritratto fedele di un delinquente spietato e violento, capace di restare impunito e latitante sino al 2011, nonostante i numerosi omicidi a suo carico accertati e documentati. Scott Cooper (Crazy Heart, Il fuoco della vendetta) presenta un lavoro canonico, quasi accademico, con tutte le peculiarità del genere, che svolge egregiamente il suo compito, ovvero intrattenere e catturare l’attenzione dello spettatore per tutta la durata del film.

Black Mass, il film

Black Mass

Un’opera che sguazza “allegramente nel mezzo” sia a livello tecnico che artistico, non fa gridare al capolavoro ma non fa neppure storcere il naso, anzi racconta in modo appassionato e lineare una vicenda che forse in pochi conoscono. Inoltre la componente action non manca, sono molte le scene ricche di genuina tensione e brutalità, anche se talvolta prevedibili o scontate. Accompagnano perfettamente un sottotesto ben celato che critica l’eterna collusione fra politica, giustizia e criminalità, e celebra l’importanza di agire nell’ombra per regnare indisturbati.

Esattamente come accade in Spotlight di Tom McCarthy, in Black Mass la città di Boston – con le sue numerose chiese, i ponti, le case di legno con il barbecue in giardino – svolge un compito fondamentale. Sotto una perenne coltre di nubi, la metropoli si affianca costantemente ai protagonisti in carne ossa, che hanno i volti di Benedict Cumberbatch (con un insolito accento irlandese), Joel Edgerton (un impacciato agente Connolly), Juno Temple, Corey Stoll, Kevin Bacon (purtroppo solo in un ruolo marginale) e Peter Sarsgaard. Manca all’appello soltanto Johnny Depp, che ha il compito più difficile fra tutti: impersonare il glaciale “Whitey” Bulger. Appesantito da un trucco di ottima fattura e con delle lenti chiare poggiate sugli occhi, l’attore di Edward Mani di Forbice, Sweeney Todd, La Fabbrica di Cioccolato, appare irriconoscibile.

La reale notizia sta però nel fatto che finalmente, dopo anni traballanti e film come Mortdecai, il feticcio di Tim Burton torna a recitare in un film interessante, magnetico, portando a casa un’interpretazione di tutto rispetto. Il lavoro svolto sugli occhi, sulla voce, sull’accento, riporta in carreggiata una carriera ormai a scossoni, per il beneplacito dei fan più affezionati. Non resta che rispolverare uno qualsiasi degli album degli Allman Brothers, così da avere una panoramica completa di ciò che ci aspetta in sala.