Ben – Rabbia Animale convince la critica: perché lo scimpanzé assassino è così inquietante

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Con Ben – Rabbia Animale, Johannes Roberts torna al natural horror più estremo e provocatorio, firmando uno dei titoli di genere più discussi di inizio anno. Il film, prodotto da Paramount Pictures, ha già conquistato un solido 77% su Rotten Tomatoes, un risultato tutt’altro che scontato per un horror da gennaio. Ma il motivo principale del suo impatto non è il sangue, né la nostalgia per i B-movie anni ’80: è Ben, lo scimpanzé al centro della storia.

Il punto di partenza è semplice e brutale. Una famiglia tiene con sé uno scimpanzé domestico, intelligente e apparentemente docile. Quando l’animale viene infettato dalla rabbia, la situazione precipita in una spirale di violenza. Ma Ben – Rabbia Animale non segue il percorso classico del “mostro fuori controllo”. Roberts sceglie una strada molto più disturbante: Ben non diventa solo più aggressivo, diventa più lucido.

Ben non è solo un animale: è un vero slasher

Ben - Rabbia Animale

A rendere Ben – Rabbia Animale genuinamente inquietante è l’idea di un animale dotato di tratti quasi umani che evolve in qualcosa di calcolatore, vendicativo, perfino ironico. Diversamente dallo squalo di 47 Meters Down o dal cane di Cujo, Ben non agisce per istinto puro. Osserva, impara, si prende gioco delle vittime.

Roberts sfrutta in modo consapevole l’intelligenza e l’espressività degli scimpanzé, trasformando Ben in una presenza da vero slasher. In alcune scene, l’animale deride le sue vittime utilizzando un tablet vocale, ridendo dopo averle uccise o tormentandole prima del colpo finale. È un livello di antropomorfismo volutamente disturbante, che mette lo spettatore a disagio perché rompe il confine rassicurante tra uomo e bestia.

Il lavoro fisico dell’interprete Miguel Torres Umba, all’interno della tuta di Ben, è fondamentale: sguardi, movimenti e posture comunicano una malizia consapevole, rendendo il personaggio credibile e memorabile. Ben arriva perfino ad avere una sorta di “firma” nelle uccisioni, strappando le mascelle delle vittime con una forza brutale, come se fosse il suo equivalente di machete o coltello da cucina.

È qui che Ben – Rabbia Animale trova il suo equilibrio più riuscito: Roberts abbraccia senza vergogna il B-horror, ma lo fa con mestiere. Giovani incoscienti, decisioni sbagliate, violenza sempre più grafica e un antagonista carismatico che sembra uscito da uno slasher classico. Il film non pretende realismo scientifico, ma costruisce un’esperienza coerente, divertente e disturbante al tempo stesso.

Alla fine, Ben – Rabbia Animale funziona perché non ha paura di essere quello che è: un horror animalesco, cattivo e consapevole, che sfrutta l’idea più inquietante possibile. Non un animale impazzito, ma un’intelligenza che guarda l’uomo… e decide di diventare il predatore.

Redazione
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