Il reboot degli X-Men nel Marvel Studios prenderà una direzione molto diversa rispetto ai recenti blockbuster del MCU. A confermarlo è Lee Sung Jin, sceneggiatore coinvolto nel nuovo film mutante insieme a Jake Schreier e Joanna Calo, già collaboratori di Thunderbolts*. Secondo Lee, il nuovo progetto vuole riportare gli X-Men a una narrazione “character-first”, concentrandosi prima di tutto sui rapporti emotivi, i conflitti interni e le dinamiche tra i membri del gruppo.
Lo sceneggiatore ha raccontato di aver accettato il progetto quasi immediatamente dopo la chiamata di Schreier, definendo gli X-Men “la proprietà intellettuale più cool che esista”. Lee ha spiegato di essere cresciuto con la storica serie animata degli anni ’90 e di aver amato anche X-Men ’97, mentre considera fondamentale l’influenza dei fumetti di Chris Claremont. Proprio quell’eredità narrativa sembra essere il riferimento principale del reboot: meno attenzione allo spettacolo cosmico tipico dell’ultimo MCU e maggiore spazio a tensioni personali, relazioni sentimentali, drammi interni e temi politici integrati organicamente nella storia. Lee ha inoltre confermato che il team creativo lavora quotidianamente insieme ai produttori Kevin Feige e Louis D’Esposito per definire il tono definitivo del film.
Le dichiarazioni sono particolarmente significative perché arrivano in un momento delicato per il Marvel Cinematic Universe. Dopo anni dominati da crossover giganteschi e storytelling sempre più dipendente dal multiverso, Marvel sembra aver compreso che il pubblico sta chiedendo un ritorno a personaggi più umani e relazioni più forti. E nessuna proprietà Marvel si presta meglio a questa svolta degli X-Men.
Il reboot MCU potrebbe riportare gli X-Men alla loro vera identità narrativa
Il punto centrale delle parole di Lee Sung Jin è che gli X-Men non funzionano davvero come semplici supereroi da battaglia spettacolare. Storicamente, sia nei fumetti sia nelle versioni animate più amate, il cuore della saga è sempre stato il conflitto emotivo e ideologico tra i personaggi.
I fumetti di Chris Claremont hanno trasformato gli X-Men in una soap opera supereroistica complessa, fatta di relazioni sentimentali, traumi, rivalità interne e tensioni politiche. È proprio questo elemento che spesso mancava negli ultimi film della saga Fox, soprattutto dopo X-Men: Days of Future Past, quando il franchise aveva iniziato a privilegiare la dimensione apocalittica e temporale rispetto alla crescita dei personaggi.
La scelta di affidare il reboot agli autori di Thunderbolts potrebbe inoltre rivelarsi molto strategica. Quel film aveva già mostrato interesse per protagonisti emotivamente instabili, outsider e dinamiche di gruppo fragili — elementi perfettamente compatibili con l’universo mutante.
C’è poi un altro aspetto importante: Lee parla apertamente di “temi politici evergreen”. Gli X-Men sono sempre stati una metafora delle discriminazioni sociali, razziali e culturali, ma il nuovo team creativo sembra intenzionato a evitare messaggi didascalici, preferendo far emergere quei temi attraverso le relazioni personali e i conflitti umani.
Ed è probabilmente questa la vera sfida del reboot Marvel: non semplicemente introdurre i mutanti nell’MCU, ma recuperare ciò che ha sempre reso gli X-Men diversi dagli Avengers. Non una famiglia perfetta di eroi, ma un gruppo instabile di persone profondamente ferite che cercano continuamente un posto nel mondo.

