A vedere Lazzaro Felice si tira fuori un paragone con Ermanno Olmi, scomparso alla vigilia dell’apertura di questa Cannes 2018, che vede il film scritto e diretto da Alice Rohrwacher nella selezione ufficiale. La regista ha presentato il film sulla croisette insieme alla sorella e trai protagonista Alba Rohrwacher, con Nicoletta Braschi, che nel film interpreta la cattiva Marchesa de Luna e con l’esordiente Adriano Tardiolo nel ruolo di Lazzaro.
E proprio in merito al riferimento a Olmi, la Rohrwacher replica: “Siamo in un momento in cui è doveroso ricordarlo. Il suo è uno degli sguardi che mi manca di più e ci tenevo tanto affinché lo vedesse. Purtroppo non ce l’abbiamo fatta.”
“Ho finito il film mercoledì e non sapevo proprio cosa sarebbe successo. Sono molto felice che sia stato accolto bene. È un film bislacco, libero, è come ci è venuto.”
Il film presenta molte metafore religiose, riferite principalmente alla figura di San Francesco, riferimento che la regista riconosce e abbraccia: “La storia di San Francesco che non è citata nel film è ispirata a un racconto per bambini, in cui il santo non fa la morale al lupo per farlo diventare buono, ma c’è il lupo che capisce la bontà dell’uomo e decide di non mangiarlo. Questo c’entrava con la mia intenzione nel film.”
Chi sono però i Lazzaro nella vita?
“Sono quelli che stanno sempre in disparte, zitte, che non sono mai messe in primo piano, sono gli ultimi della fila pur di non disturbare e non si mettono mai in mostra. Nonostante questo film esprima in maniera netta il bene e il male, Lazzaro non ha nessun giudizio sul bene e sul male, la storia porta con sé un giudizio ma non Lazzaro, che vede il mondo come incondizionatamente buono.”

Sull’aspetto tecnico e visivo del film, la regista ci tiene a specificare: “Una cosa ci tengo a dirla. Abbiamo lavorato in full frame e non riuscivamo a mettere un mascherino sul volto di Lazzaro, e così abbiamo deciso di lasciare l’immagine aperta e imperfetta. Ma questa è stata la nostra esperienza nel fare il film, di apertura.”
E poi conclude: “La mia non è una storia nuova, non voleva esserlo. Di Candidi, di Lazzari, di Santi è pieno il mondo, non abbiamo bisogno di storie nuove, possiamo anche imparare a raccontarle in modo diverso.”
