Fish Tank film

Fish Tank è l’ultimo film girato dalla regista Andrea Arnold, e ha ricevuto il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2009. La quindicenne Mia vive con la madre e la sorella più piccola nella periferia urbana di Londra. La ragazza è stata espulsa dalla scuola, ha un temperamento “ribelle”. Mia passa le giornate nel degrado socioculturale della periferia urbana, dove mancano gli spazi per l’aggregazione, tranne che nella pedana per fare sport o ballare al ritmo dello hip-hop.

Un tema estetico che torna nella cinematografia di Ken Loach. Da un lato, esiste l’immobilismo della scenografia. Percepiamo la “pesantezza” dei palazzoni, che “restringono” la nostra visione. Chi è troppo “vecchio” per uscire si limita a ricevere passivamente la televisione, che manda una programmazione dai temi volgari. Andrea Arnold cerca soprattutto il primo piano od il campo medio, mentre la narrazione si sviluppa più tra le stanze di casa che all’aperto (in esterna).

Dall’altro lato, la macchina da presa si muove di continuo, seguendo direttamente i passi della protagonista. Una regia che in qualche modo ci ricorda quella di Lars Von Trier. Il ballo del tipo hip-hop si configura per “scatti”. Qui, le gambe e le braccia si distendono salvo poi ritrarsi immediatamente, così da visualizzare una successione di linee spezzate. La camera a mano di Andrea Arnold insegue le corse di Mia: quando lei s’arresta, è inquadrato il fermo-immagine del suo volto. Simbolicamente, le persone che vivono nel quartiere popolare s’illudono di “movimentare” la loro vita.

Fish Tank, tra fermo immagini e profondità

Nel fermo-immagine dei volti, che guardano verso una profondità per noi solo “astratta” (in apparenza, senza riconoscere qualcosa di particolare), si cela invece lo “sbarramento che la desolazione socioculturale dà loro. La sceneggiatura prevede che Mia speri di riscattarsi diventando una ballerina professionista. Tuttavia, lei rinuncerà a sostenere l’esame d’ammissione: proprio sul più bello… La ragazza ha un carattere per così dire eccessivamente “maschile”: tende ad imporsi sugli altri, parla in modo schietto. Mia fronteggia senza paura le molestie, avanzate dai giovani sbandati del quartiere. Lo stesso temperamento vale per la sorella minore, di cui ci sorprende il linguaggio scurrile.

L’unico personaggio caratterialmente “femminile” del film pare Condor, il nuovo fidanzato della madre. Un uomo dai modi gentili, che vive la “paternità” verso Mia promettendosi di educarla, perché s’inserisca nella società che “conta” (oltre la chiusura in periferia). Condor però nasconde un “segreto”, che ne contraddice l’autorevolezza. Rispetto a quello, la sua attrazione sessuale per la ragazza è persino insignificante. La < peschiera >, cui rinvia il titolo del film (Fish tank in inglese), si spiega bene nella scena dove Mia va a “sguazzare” liberamente nella casa dell’uomo. Mia vuole vendicarsi, e cerca di “sporcare” le regole del mondo di Condor, portandovi le sue. Per la regista, questo non sembra possibile. Ricordiamo l’episodio dove la ragazza (pentita per aver “sguazzato” un po’ troppo…) salverà la bambina. Condor negherà la pacificazione con Mia, ed anzi lascerà pure sua madre. Proprio per questo, il finale più “riposante” dove le tre donne ballano insieme ci pare un po’ stonato.