great-train-robberyC’era una volta il western all’italiana. Siamo ormai nei primi anni sessanta e l’ambientazione, tra polvere e praterie, è già stata ampiamente sfruttata negli Stati Uniti, consegnando al mondo una serie di successi cinematografici realizzati, appunto, di là dell’oceano.  Tutto era iniziato fin dai primi del ‘900, con The great train robbery, un film muto, uno dei primi lavori ambientati nel selvaggio west. Sono però gli anni ‘30 e ‘40 a veder nascere le migliori espressioni del genere, opere sintetizzabili con la mente registica di John Ford e il volto di John Wayne. Negli anni successivi i western avrebbero perso gradualmente d’interesse fino, appunto, agli inizi degli anni sessanta, quando una svolta a livello di temi e costruzione dei personaggi ridarà nuova linfa a un genere che sembrava ormai destinato al declino. Quello che nessuno degli addetti ai lavori avrebbe mai immaginato, però, è che questa rinascita potesse avvenire in Italia e raggiungere un successo di pubblico tale da accostarsi, e a tratti addirittura sopravanzare, i western classici di stampo statunitense.

 
 

Gli “spaghetti” western, così denominati in onore della loro provenienza geografica, nascono tra gli anni ’60 e ’70. Il risultato sarà un netto revisionismo del western inteso in senso classico, attraverso una serie di caratteristiche peculiari che li distaccheranno completamente dai “cugini” americani. In primo luogo niente eroi buoni alla John Wayne, niente epica del west americano, eliminazione totale degli stereotipi principali perpetrati nei western di stampo statunitense, che erano, come logico, una sorta di elogio alla loro storia. ILe pellicole a stelle e strisce ci mostrano personaggi idealizzati, pieni di buone intenzioni e dotati di una morale perfettamente integra, totalmente finalizzata al raggiungimento della giustizia o dell’amore romantico. Nei western all’italiana tutto questo non esiste. Evidente, innanzitutto, l’assenza di veri e propri eroi. I protagonisti, al contrario, sono rappresentati spesso come dei puri antieroi o, ad ogni modo, la distinzione tra buoni e cattivi non è per nulla marcata. Furbi, cinici, spesso sporchi e trasandati, doppiogiochisti e privi di scrupoli, dotati di una particolare, cruda ironia.  La totalità dei personaggi introdotti nell’intreccio narrativo è mossa da fini puramente egoistici. Spesso la molla è quella più futile, meno moralmente accettabile, la sete di denaro.

Gli stessi scenari, pur partendo da una comune ambientazione, sono altrettanto crudi. Le verdi praterie vengono abbandonate in favore di paesaggi brulli e polverosi o di piccoli paesi dimenticati da Dio e immersi nel fango. Le location per queste produzioni erano situate in paesi del Mediterraneo, in particolar modo Spagna e Italia, a causa del budget limitato che solitamente avevano a disposizione, almeno prima di raggiungere un discreto successo di pubblico. Saloon, chiese e cimiteri, feroci sparatorie e scene di pura violenza, amputazioni, pestaggi e torture, che avrebbero ispirato, tra gli altri, un regista come Tarantino. Basti pensare a Django di Sergio Corbucci e al taglio dell’orecchio di un sudista da parte degli uomini del generale Hugo, ripreso anni dopo in uno dei passaggi memorabili del film Le Iene.

clint buono brutto cattivoNomi indimenticabili: Django, Sentenza, Sartana, Trinità, interpretati da una serie di attori di grande livello, la maggior parte divenuta celebre proprio grazie a queste produzioni.  Primo fra tutti Clint Eastwood, scelto da Sergio Leone per interpretare il ruolo principale nel film Per un pugno di dollari quando ormai non lavorava da ben cinque anni nel cinema e, si dice, si manteneva lavorando part-time presso una pompa di benzina. Eastwood sarebbe diventato, negli anni successivi, l’attore simbolo dell’intero genere. Con lui Franco Nero, Giuliano Gemma, Bud Spencer e Terence Hill, Volontè, Tomas Milian, Lee Van Cleef, Eli Wallach, per citare solo i più noti. Più tardi anche attori già affermanti presero parte ad alcune pellicole, come Charles Bronson e Henry Fonda, protagonisti di C’era una volta il west, film del 1968 diretto dal genio registico di Sergio Leone.

Proprio il regista romano sarà il massimo esponente del genere, unico universalmente riconosciuto fin dagli esordi, ammirato anche dai colleghi americani. Altri produttori e pellicole, al contrario, dovettero aspettare gli anni ‘80 prima di essere rivalutate. La trilogia del dollaro, iniziata da Leone con Per un pugno di dollari e proseguita con Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo, ebbe un grande successo e diede una spinta che rivoluzionò il genere western, portando sugli schermi elementi di crudo realismo, di cui anche le produzioni statunitensi dovettero tenere conto.

Gli spaghetti western non sono, però, solo Sergio Leone.  Sono Sergio Corbucci, Duccio Tessari, Sollima, Castellari, Barboni e tanti altri ancora. Registi che, ognuno con il proprio stile, daranno vita a diverse correnti all’interno del genere, riassumibili in tre filoni principali.

Il primo vede come principali autori Leone e Corbucci, ed è caratterizzato dalla presenza di un protagonista solitario, dal passato misterioso, molto abile con la pistola, in cerca di vendetta o denaro. Il Biondo nella trilogia del dollaro, Django nell’omonimo film di Corbucci,  sono esempi principe di questo particolare tipo di personaggio. L’uno animato dalla sete di denaro (come lasciano intendere i titoli, Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più) senza badare troppo ai metodi usati per raggiungerlo, l’altro alla ricerca di vendetta per la morte della moglie, avvenuta mentre si trovava a combattere la guerra civile.

lo-chiamavano-trinitaIl secondo filone è invece di tipo politico, spesso ambientato tra i rivoluzionari messicani, ispirato a Damiani e Sergio Sollima. Sollima, ad esempio, inseriva nei suoi film riferimenti politici a Che Guevara e alle lotte nel Terzo Mondo, al punto che il suo personaggio Chuchillo, apparso prima in La resa dei conti e poi Corri uomo corri e interpretato da Tomas Milian, divenne un simbolo per i giovani di lotta continua.

Un terzo filone, dal taglio più leggero e comico, è invece percorso da Enzo Barboni alias E.B.Clucher, regista di Lo chiamavano Trinità e Continuavano a chiamarlo Trinità, film che ebbero un enorme successo commerciale al punto che il secondo fu addirittura campione di incassi assoluto della stagione 1971/72 e, ancora oggi, detiene il record di spettatori nella storia del cinema italiano. Un filone che prolungò l’epopea degli spaghetti western fino ai primi anni ’80, dopo i quali il genere entrò in una crisi dalla quale non si risolleverà più.

Oggi il western all’italiana è un genere tutto da riscoprire, grazie alle attenzioni degli ultimi anni, con la retrospettiva che l’ha omaggiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2007, e con l’uscita, nel 2012, del film Django Unchained, realizzato da un estimatore come Tarantino e carico di citazioni alle pellicole del periodo.

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