Con Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?), Netflix inaugura il 2026 puntando su un K-drama che non si limita a raccontare una storia d’amore, ma riflette sul modo in cui le emozioni vengono espresse, represse e tradotte. Non è un caso che il titolo stesso ponga una domanda apparentemente semplice ma profondamente ambigua: l’amore può davvero essere tradotto? E, soprattutto, può essere compreso allo stesso modo da chi lo prova e da chi lo osserva?
La serie parte da un presupposto quasi surreale. Cha Mu-hee, attrice specializzata in film horror, entra in coma dopo un incidente durante uno stunt. Al risveglio, scopre di essere diventata una celebrità nazionale. Ma il successo improvviso non coincide con una rinascita: per sfuggire all’etichetta di “regina dell’horror”, Mu-hee accetta di partecipare a un reality sentimentale, Romantic Trip, mettendo in scena una versione pubblica di sé che non sente davvero propria.
Un romance globale tra identità, trauma e incomunicabilità
Al centro della storia ci sono Kim Seon-ho e Go Youn-jung, che interpretano Joo Ho-jin e Cha Mu-hee. Il loro primo incontro avviene in Giappone, in un classico meet-cute da K-drama, ma la serie sceglie subito la via della sottrazione: entrambi sono emotivamente altrove, legati a persone che non rappresentano un vero approdo.
Il loro ricongiungimento avviene quando Ho-jin entra nello staff di Romantic Trip come interprete, diventando letteralmente il tramite linguistico tra Mu-hee e il suo co-protagonista Hiro Kurosawa (Sota Fukushi). È qui che la serie mostra la sua natura più interessante: Ho-jin è capace di tradurre tutto, tranne se stesso. Le sue emozioni restano bloccate, opache, mentre la sua funzione narrativa è quella di chiarire i sentimenti degli altri.
Mu-hee, al contrario, percepisce subito l’attrazione, ma è intrappolata in un rapporto distorto con la propria immagine. La sua insicurezza prende forma in Do Ra-mi, lo spirito vendicativo che incarna il trauma irrisolto della sua infanzia e il personaggio horror che l’ha resa famosa. La serie oscilla così tra romance e mistero, usando il soprannaturale come metafora del dolore non elaborato.
Una slow-burn che rifiuta la gratificazione immediata
Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?) sceglie deliberatamente la strada della slow-burn romance, evitando svolte facili o ricongiungimenti prematuri. Mu-hee e Ho-jin si cercano, si allontanano, si fraintendono. Non per costruire conflitti artificiali, ma perché entrambi partono da una convinzione tossica: lei si crede intrinsecamente non amabile, lui ha imparato a soffocare ogni emozione come meccanismo di difesa.
Il loro legame non è terapeutico in senso classico, né salvifico. Ho-jin non vuole “aggiustare” Mu-hee, e Mu-hee non è il catalizzatore miracoloso del cambiamento di Ho-jin. Crescono insieme, ma separatamente, e la serie dedica tempo e spazio a questo processo, rendendo il loro rapporto uno dei più emotivamente intimi del panorama K-drama recente.
Accanto a questa linea principale, la serie inserisce dinamiche più leggere: una storia d’amore immediata e senza sovrastrutture tra personaggi secondari e un triangolo sentimentale più tradizionale, pensato per chi cerca tensione narrativa. Ma il cuore resta altrove.
Un’identità visiva che alza l’asticella dei K-drama 2026
Se la scrittura distingue Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?), è la messa in scena a renderla davvero unica. La serie sfrutta ambientazioni internazionali – Canada, Italia, Corea del Sud – non come semplice sfondo, ma come estensione emotiva dei personaggi. La fotografia, i costumi, il trucco di Mu-hee raccontano una progressiva perdita di controllo sulla realtà, trasformando l’estetica in narrazione.
In un panorama sempre più affollato di K-drama sulle piattaforme streaming, Can This Love Be Translated trova la propria identità non nel colpo di scena, ma nella coerenza formale e tematica. Non è una serie perfetta, né cerca l’unanimità. Ma è già qualcosa di più raro: un K-drama che avvia una conversazione, anziché limitarsi a soddisfare aspettative.
E per Netflix, è un segnale chiaro: il 2026 dei K-drama non sarà solo una questione di numeri, ma di linguaggi.
