Euphoria si conclude ufficialmente con la morte di Rue Bennett, e il finale della serie HBO sta già generando una fortissima reazione negativa online. Dopo sette anni e tre stagioni, Sam Levinson chiude la storia del personaggio interpretato da Zendaya con un epilogo tragico: Rue viene trovata morta dal suo sponsor dei Narcotici Anonimi Ali, vittima di un’overdose causata da antidolorifici contaminati con fentanyl. Una scelta narrativa che ha immediatamente spaccato pubblico e critica, trasformando il finale di Euphoria in uno degli ending televisivi più discussi dell’anno.
La conferma della chiusura è arrivata ufficialmente da HBO e dallo stesso Sam Levinson durante il podcast Popcast del New York Times. L’episodio finale, intitolato In God We Trust, include anche una sequenza onirica dedicata a Fez, il personaggio interpretato dal compianto Angus Cloud, in cui Rue ritrova finalmente pace insieme al suo amico. Ma il tributo emotivo non è bastato a salvare la stagione dalle polemiche. Su Rotten Tomatoes, la terza stagione è diventata la peggiore dell’intera serie con il 40% di recensioni positive dalla critica e un durissimo 39% dal pubblico. Molti spettatori hanno criticato soprattutto la gestione del percorso di Rue, considerato incoerente dopo il lungo cammino verso la sobrietà mostrato nelle stagioni precedenti.
La morte di Rue cambia completamente il significato dell’intera serie. Per anni Euphoria è stata raccontata come un viaggio dentro dipendenza, trauma e identità adolescenziale, ma il finale sceglie una conclusione nichilista e inevitabilmente provocatoria: non esiste una vera fuga dal dolore. Levinson sembra voler negare qualsiasi catarsi, riportando Rue esattamente nel punto da cui era partita. Una scelta coerente con il tono estremo della serie, ma che per molti spettatori tradisce l’evoluzione emotiva del personaggio e riduce il suo percorso a una tragedia annunciata.
Il finale di Euphoria trasforma Rue in un simbolo tragico e divide definitivamente la serie HBO
La decisione di uccidere Rue richiama direttamente la miniserie del 2012 che aveva ispirato Sam Levinson, dove la protagonista era già morta e fungeva da narratrice postuma. Tuttavia, nel caso di Euphoria, il pubblico aveva costruito un legame molto più forte con il personaggio di Zendaya, trasformando la sua sopravvivenza in una possibile speranza narrativa. Eliminare Rue proprio dopo il suo percorso di recupero rende il messaggio della serie estremamente più cupo.
Anche la gestione degli altri personaggi ha alimentato le critiche. In particolare, parte del pubblico ha accusato Levinson di aver accentuato ulteriormente l’approccio voyeuristico e fetishizzato della serie, soprattutto nelle storyline dedicate a Cassie, interpretata da Sydney Sweeney. Una critica che accompagna Euphoria sin dalla prima stagione ma che, secondo molti, nella terza ha definitivamente superato il confine tra provocazione artistica e compiacimento estetico.
Il finale conferma inoltre un problema produttivo che HBO sembrava voler evitare da tempo: la serie è cresciuta più velocemente della sua stessa struttura narrativa. Con Zendaya, Jacob Elordi, Sydney Sweeney e Hunter Schafer ormai diventati star globali, coordinare gli impegni del cast è diventato quasi impossibile. La lunga pausa tra la seconda e la terza stagione aveva già indebolito il legame con il pubblico, e la chiusura definitiva appare oggi più come una necessità industriale che una conclusione pianificata.
Nonostante tutto, Euphoria lascia un’eredità enorme nella serialità contemporanea. Ha ridefinito l’estetica teen drama, influenzato il linguaggio visivo delle serie streaming e trasformato Zendaya in una delle interpreti più importanti della sua generazione. Ma proprio per questo il finale rischia di restare nella memoria più per la sua capacità di dividere che per quella di concludere davvero il viaggio di Rue Bennett.
