Steal, spiegazione del finale: chi c’è davvero dietro la rapina?

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La serie Prime Video Steal con Sophie Turner costruisce il suo racconto come un crime finanziario ad alta tensione, dove una singola rapina è sufficiente a distruggere la vita di una persona comune. Al centro della storia c’è Zara Dunne, impiegata come trade processor presso la società finanziaria Lochmill Capital, che da un giorno all’altro si ritrova coinvolta in un’operazione criminale di proporzioni colossali. Un furto da quattro miliardi di sterline, un gruppo di rapinatori armati, l’MI5, la polizia metropolitana e un sistema finanziario marcio fino alle fondamenta: Steal non è solo una storia di sopravvivenza, ma un’indagine morale sul potere invisibile del denaro. ATTENZIONE: SPOILER SUL FINALE DELLA SERIE

Chi è il vero responsabile della rapina in Steal e qual era il suo obiettivo

Per gran parte della serie, Zara è costretta a muoversi in un territorio ambiguo, dove ogni scelta può costarle la vita. I rapinatori la considerano una minaccia potenziale, l’MI5 è pronta a cancellarla dall’esistenza se necessario, e la polizia la osserva come una possibile complice. Tuttavia, al di là della sua lotta per la sopravvivenza, una domanda diventa sempre più centrale: chi ha orchestrato davvero la rapina e per quale motivo?

La risposta arriva solo nel finale, in modo quasi silenzioso ma devastante. Il vero architetto dell’intera operazione è Darren Yoshida, il finanziere che lavora come consulente investigativo al fianco del detective Rhys Covac. Per tutta la serie Darren appare come una figura tecnica, marginale, uno specialista chiamato a leggere i flussi di denaro. In realtà, è lui ad aver progettato ogni passaggio della rapina.

Darren non è un criminale nel senso tradizionale. È un uomo che ha scalato il mondo della finanza, ne ha visto il funzionamento dall’interno e ne è rimasto disgustato. Il suo bersaglio non è Lochmill Capital in sé, ma il sistema che consente ai grandi capitali di scomparire nei paradisi fiscali, mentre pensioni pubbliche e risparmi collettivi diventano strumenti sacrificabili. Il furto dei fondi pensione è una scelta deliberata: solo colpendo il denaro “della gente” avrebbe potuto attirare l’attenzione pubblica e politica necessaria a innescare un’indagine globale.

La rapina, dunque, è una messinscena calcolata. Darren recluta una banda di criminali professionisti, li tiene all’oscuro del vero piano e utilizza il clamore mediatico per inserirsi come investigatore ufficiale sul caso. Da quella posizione privilegiata, è in grado di controllare il flusso delle informazioni e guidare le indagini verso ciò che gli interessa davvero: gli offshore accounts e i grandi evasori fiscali britannici, tra cui l’industriale delle armi Sir Toby Gould.

Il suo obiettivo non è arricchirsi, ma creare uno scandalo strutturale, una crepa visibile in un sistema che solitamente opera nell’ombra. La restituzione dei fondi rubati è parte integrante del piano: Darren non vuole essere ricordato come colui che ha distrutto pensioni, ma come l’uomo che ha costretto il sistema a guardarsi allo specchio.

Zara e Rhys accettano il ricatto del mastermind?

Quando Zara e Rhys arrivano alla verità, si trovano davanti a un dilemma morale ancora più complesso. Darren ha previsto anche questo. Ufficialmente, il colpevole della rapina diventa Milo, una pedina sacrificabile. Senza una denuncia pubblica, Darren è intoccabile. E per assicurarsi il silenzio dei due unici testimoni consapevoli, offre loro una via d’uscita: denaro e libertà.

Dopo la sparatoria finale a Lochmill Capital, i quattro miliardi vengono restituiti ai conti della società. Tuttavia, durante il passaggio del denaro attraverso i paradisi fiscali, Darren riesce a “ripulire” centinaia di milioni appartenenti ai grandi evasori. È questo il vero bottino. Una parte di quei soldi viene offerta a Zara e Rhys come compenso per il silenzio.

Zara comprende immediatamente la trappola. Accettare significherebbe entrare in un nuovo sistema di dipendenza, diventare debitori di un altro potere invisibile. Per questo rifiuta, convincendo anche Rhys a fare lo stesso. Non c’è redenzione completa nel finale di Steal, solo la scelta di non diventare complici di un altro compromesso.

Perché il denaro rubato viene restituito

Il ritorno dei quattro miliardi non è un atto di pentimento, ma la chiave ideologica del piano di Darren. Il denaro non doveva mai sparire definitivamente. La sua funzione era simbolica: dimostrare quanto facilmente il sistema finanziario globale possa essere manipolato e quanto fragili siano le garanzie su cui si regge la fiducia pubblica.

Rubare a una società privata non avrebbe avuto lo stesso impatto. Colpire le pensioni, invece, ha costretto governi, media e autorità a intervenire. L’obiettivo finale non è il furto, ma l’indagine che ne consegue.

Che fine fanno i code wallet

I code wallet rappresentano l’ultimo nodo morale della serie. Zara, Luke e Milo ricevono pagamenti in criptovaluta per la loro collaborazione forzata. Il vero scontro finale avviene proprio per il possesso di questi wallet, contenenti in totale trenta milioni di sterline.

Dopo la morte di Morgan e della sua banda, l’MI5 decide di chiudere il caso attribuendo ogni responsabilità a Milo. Zara ottiene una nuova identità, ma deve rinunciare al suo wallet. Tuttavia, in un ultimo gesto di autodeterminazione, riesce a nascondere il wallet di Milo prima dell’arrivo delle autorità. Quando lascia Londra, quei venti milioni sono di nuovo nelle sue mani.

Il finale non chiarisce cosa Zara farà con quel denaro. Steal sceglie consapevolmente l’ambiguità: non una vittoria, non una sconfitta, ma la consapevolezza che in un sistema corrotto anche sopravvivere ha un prezzo.

Redazione
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