Slow Horses 3 recensione
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Questa la premessa di Slow Horses 3, acclamata serie prodotta perApple TV+ che arriverà in streaming a partire dal prossimo 29 novembre: Catherine Standish non arriva mai tardi a lavoro, anche se si tratta del borioso catalogo di centinaia di inutili scatoloni in un posto altrettanto “inutile” come la Slough House. Jackson Lamb capisce subito che qualcosa non quadra, e infatti la sua protetta è stata rapita la sera prima da un gruppo di criminali comandati da Sean Donovan, ex-spia che vuole arrivare a un documento custodito nei sotterranei del quartier generale dell’IM 5. E chi adoperare come esca se non River Cartwright, il più idealista e irruento dei cosiddetti “Slow Horses” di Lamb?

Slow Horses 3 si conferma una boccata d’aria fresca

In un panorama cinematografico e televisivo in cui la figura della spia è ormai diventata sinonimo assicurato di azione scatenata inserita dentro un contenitore tanto spettacolare quanto fin troppo spesso effimero, la terza stagione di Slow Horses conferma invece la serie britannica come una boccata d’aria fresca. Come negli episodi precedenti infatti le avventure di Jackson Lamb e del suo gruppo di spie tutt’altro che perfette sia nella professione che nella vita privata rappresenta un mix riuscito di genere e studio caustico di caratteri.

Altro particolare non trascurabile perché davvero non accade spesso, a livello narrativo lo show possiede un piglio anche più forte del romanzo Real Tigers di Mick Herron da cui è tratto. E questo non significa che il testo di partenza non sia efficace, tutt’altro, ma la sceneggiatura degli episodi rende la minaccia che gli “Slow Horses” maggiormente seria, incombente rispetto al tono leggero delle pagine scritte. Nel caso della terza stagione infatti sono stati fatti cambiamenti sostanziosi rispetto al libro soprattutto nella prima parte, trovando un equilibrio drammatico che a livello logico funziona meglio. In particolare i primi tre episodi risultano in questo modo avvincenti nello sviluppo proprio della spy-story e riescono anche a restituire la profondità emotiva, la quale soprattutto riguardo il personaggio di Louisa Guy diventa persino malinconica.

SI privilegia la tensione allo spettacolo

Il gioco di specchi, i tradimenti e le vendette personali, i tranelli e i trucchi per sfuggire al pericolo rappresentato in Slow Horses un qualcosa che viene adoperato con una notevole attenzione al genere, privilegiando la tensione e la narrazione allo spettacolo. Anche se l’ultima puntata possiede il necessario showdown necessario per sistemare i conti in sospeso ed eliminare i personaggi ritenuti ormai superflui, il resto viene architettato come una spy-story classica, con i twist della trama che rispettano pienamente il gusto di questo tipo di produzioni. In più le puntate vengono riempite dall’umorismo a tratti realmente feroce che regola la vita di questi antieroi molto spesso tutt’altro che amabili, essere sempre capaci di trovare il modo di farzi apprezzare dal pubblico.

Nel caso di questa stagione, oltre ovviamente a Gary Oldman e Kristin Scott-Thomas che continuano a dimostrare di divertirsi un mondo nell’intepretare Lamb e Diana Taverner, una menzione particolare la merita Aimee-Ffion Edwards, pungente nell’impersonare l’aggressiva e velenosa Shirley Dander.

Un persistente retrogusto amaro

Risulta difficile catalogare Slow Horses dentro i confini della commedia mixata con il thriller di spionaggio. Anche quando infatti il tono dei dialoghi e delle situazioni porta al sorriso, con esso non si accompagna mai la vacua leggerezza della comicità. C’è sempre un retrogusto amaro nei personaggi quanto nei loro rapporti, e questo eleva lo spessore emotivo dello show ben oltre la media di questo tipo di produzioni. Aggiungete come scritto un gruppo di attori dalla bravura consumata – a cui si aggiunge in questa terza stagione anche Sophie Okonedo – e qualche volto nuovo ed emergente, ed ecco che il cocktail di intrattenimento intelligente non può che risultare saporito. Queste nuove sei puntate convincono quanto le precedenti dodici, confermando la bontà di un prodotto all-british che risulta molto più serio di quanto non voglia magari farci credere di essere.

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